domenica 4 settembre 2011

6 settembre 2011: ritorniamo attori del lavoro

Il 6 settembre ci sarà lo sciopero indetto dalla Cgil e sappiamo che alcune sezioni della Cisl hanno confermato l'adesione, seppur contro il parere espresso dalla loro segreteria. Noi ci auguriamo che l'assordante silenzio delle due sigle sindacali obbedienti al governo e la loro lontananza, per strategie politiche, dal "lavoro reale" sia rotto dal maggior numero di sezioni disobbedienti, così da obbligare i dirigenti a rivedere il loro operato. Siamo certi, e non potrebbe essere diversamente, che il 6 settembre sarà il ritorno dei lavoratori alla gestione della loro vita e del loro futuro e che si siano resi conto che non serve più solo l'indignazione.
Ci vuole un continuo presidio ai propri diritti rimasti e una lotta costante alla ri-accquisizione di quelli perduti. Da vent'anni il capitale ha tentato in ogni modo di riprendersi in mano il lavoro e di isolare il sindacato dai lavoratori. In questi anni hanno tentato ogni sorta di iniquità e vendette, che hanno gettato in uno strano torpore sia i lavoratori che i partiti di sinistra. Il sindacato si è frantumato ed ha cercato forme di sopravvivenza diverse, ritenendo che le vecchie forme di relazioni non fossero più indicate a mantenere i contatti con i lavoratori: c'è chi ha scelto la strada della collaborazione-passiva, cioè aderire ad ogni iniziativa del governo, cercando di elemosinare qualcosa, ma senza esagerare più di tanto con l'utilizzo dello sciopero e del dissenso della propria base, per mantenere lo status quo di privilegi; c'è chi, invece, ritiene che il proprio privilegio sia quello di  lavorare per i lavoratori e, qualora lo richiedano le condizioni, utilizzare ogni forma di lotta per tutelarne i diritti. Certo, non che questo sia il massimo, ma dopo oltre venti anni di erosione continua delle tutele del mondo del lavoro e del welfare, non è facile ricostruire un'organizzazione sindacale su mutate condizioni. Oggi, più che mai, sarebbe necessario avere una forza sindacale unita e con comuni intenti, anzi, sarebbe ancor più necessaria un'unità internazionale dei vari sindacati europei, affinché fossero prese decisioni a livello europeo: i sindacati nazionali dovrebbero avere il compito di trasferire nel proprio paese, a livello capillare, tali decisioni: il loro lavoro dovrebbe essere quello di dare gli indirizzi giusti e il sostegno adeguato ad ogni singola iniziativa locale, ma sulla base di indirizzi unanimemente concordati a livello europeo. Solo una forza sindacale di tale portata avrebbe la necessaria forza di controbattere alla prepotenza capitalista, che da sempre è stata internazionale; i sindacati sono sempre stati legati ai propri nazionalismi e particolarismi ed è stato questo il loro limite. Siamo consapevoli che non sia facile far convergere tutti i sindacati su obiettivi comuni, specie in Italia dove siamo divisi su tutto e dove il sindacato ha una notevole impronta partitica, senza dimenticarci anche dell'influenza ecclesiastica. Eppure il compito primario del sindacato dovrebbe essere quello di tutelare il lavoro e i lavoratori, tenendo conto delle loro condizioni  prima, durante e dopo la vita lavorativa, con ciò intendendo lo studio e la formazione, la tutela nel lavoro e il diritto ad una vita dignitosa, successivamente, quando si è spesa una vita a lavorare per il Paese. 
Qualcuno potrà evidenziare che tutti i sindacati lo fanno, magari con politiche attuative diverse, ma, di fatto, con lo stesso obiettivo. E' proprio su questo punto che non concordiamo assolutamente. I sindacati non hanno il compito di appoggiare o tutelare i governi, ma di leggere il loro operato e, qualora disgiunga dagli interessi dei lavoratori, devono intervenire. Se a priori viene dato l'appoggio preventivo al governo, quasi come una sorta di patteggiamento del "dare e avere", si è costretti, quasi sempre, a mediare, ad accettare il meno peggio o ad ingoiare accordi pessimi in previsione di non subire ricatti. Il caso Fiat ne è un esempio chiarissimo: i sindacati, deboli nelle trattative e impauriti di perdere il loro ruolo, per non parlare delle loro prerogative, si sono divisi su un progetto inaccettabile in altre situazioni e in altri momenti. Hanno preferito dividere i lavoratori, attraverso la falsa idea del referendum come arma democratica, e pur sapendo che le condizioni in cui si svolgeva non erano per niente democratiche: loro si scaricavano delle responsabilità e chiedevano ai lavoratori di scegliere se voler lavorare o meno. Eppure, sembra quasi una follia, il 49%, pur sapendo che questo sarebbe stato deleterio per loro, hanno votato contro. Ora, ci sembra quanto meno imbarazzante che i due sindacati vincitori (sic) non si siano posti semplici domande: ma stiamo facendo bene, se il 49% ha votato contro pur rischiando di perdere il lavoro? La paura della perdita di lavoro è terribile, ma i sindacalisti la ricordano o l'hanno mai avuta? Si ricordano, quando sono ai loro comodi tavoli da lavoro, di cosa sia stata o sia la fabbrica o il posto di lavoro? Si ricordano cosa vuol dire arrivare a fine mese? Hanno ancora il minimo sentore di quale sia la condizione di chi sta vivendo la tragedia di chi perde il lavoro e il dramma di trovarne un altro? 
Il capitale è unito nella lotta al mantenimento delle proprie prerogative e, qualora tenti delle vie di fuga, come nel caso della Fiat, lo fa per aggiungerne di nuove e a discapito di accordi fra le parti, concordate in anni di contrattazione. E in tutto questo ha avuto l'appoggio di Cisl e Uil, solo perché giochi politici o strategici, legati  anche all'elezione dei segretari, alle indicazioni di partito e a strategie di conquiste maggiori di potere, si antepongono  all'interesse dei lavoratori; e questo anche se la capacità dialettica dei due segretari tentano di farle passare come difficili conquiste effettuate.
Noi non siamo contro gli accordi di secondo livello, anzi, dovranno essere potenziati, ma queste dovranno muoversi nell'ambito di accordi a livello nazionale, lasciando loro delle deroghe necessarie alle esigenze locali. Quello che non può essere messo in discussione sono i  diritti acquisiti e tutto ciò che mette in pericolo la centralità del lavoro e la vita dignitosa di ogni lavoratore. Il fatto di concedere il libero licenziamento, in deroga all'articolo 18, sempre che i sindacati interni all'azienda siano d'accordo, è una indegna scelta politica. E il fatto che i due sindacati filo-governativi la appoggino, conferma il fatto che hanno perso di vista il loro obiettivo primario e, di fatto, il loro compito sindacale.
Tutto ciò ci riporta alla considerazione di cosa sia il lavoro; quale sia la sua funzione; come lo si deve intendere; che grado di partecipazione debba avere il lavoratore nell'ambito lavorativo; la consapevolezza o meno che il lavoro sia o meno una merce; cosa si intenda per vita dignitosa; quale sia il grado di giustizia sociale; che mondo ci poniamo debba essere. E tutto ciò al di là della tipologia di governo al comando. Che si voglia o no, oggi, i governi sono sempre più soggetti al ricatto delle lobby, di una finanza sempre più forte, dove l'economia reale è ritenuta un fattore di poco interesse, e difficilmente riescono a sottrarsi al potere di queste occulte forze che dominano il mondo. Sempre meno i governi fanno leggi eque in cui tutti pagano in base alle loro possibilità, quindi i ricchi sono sempre più forti e il denaro è sempre più concentrato in poche mani; tutto ciò porta danno al lavoro e ai lavoratori ed è per questo che i sindacati non possono accettare accordi preventivi  di non belligeranza, prima ancora di vedere come si comporta chi governa. Il loro compito è controllare, vigilare e intervenire. Il potere, inteso in senso lato, non ha bisogno di supporto; sono i lavoratori che devono essere protetti e per fare ciò è determinante l'unità di tutte le forze sindacali, pronte  a dare battaglia, qualora serva. Oggi, purtroppo, non è così. 

Per la letteratura siamo passati dall'eterogeneità dell'800, all'uniformità del'900 fino all'attuale diversificazione. Noi pensiamo che la parola diversificazione non sia adeguata a ciò che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, forse poteva essere adeguata fino a qualche anno fa. La fase che il lavoro sta attraversando, se non interveniamo tempestivamente, è quella dello smantellamento del mondo del lavoro. 
Il 6 settembre è necessario fare lo sciopero e dare un messaggio chiaro: i lavoratori sono tornati e vogliono di nuovo essere attori protagonisti del mondo del lavoro e della crescita del Paese! La Cgil ha colto il significato profondo di questa necessità; ha capito che si deve cambiare (o ricambiare?) le strategie di lotta. E' necessario, di nuovo, porre al centro della lotta la dignità persona, con il diritto ad un lavoro dignitoso e ad una vita dignitosa. Dobbiamo riconquistarci il diritto di partecipare alle decisioni, di essere attori protagonisti delle scelte che riguardano anche la nostra vita e di credere di nuovo di poter offrire un futuro ai nostri giovani. 



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