giovedì 30 giugno 2011

Quote rosa o "donne per Cda"?

Con tutta sincerità noi non ci siamo spellati le mani ad applaudire all'approvazione della legge sulle quote rosa nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa o a partecipazione pubblica. Non mettiamo in dubbio che sia un bene che esista una legge, ma, considerato che per noi la donna è molto importante, riteniamo che sia veramente squallido che debba esserci per dare parità di diritti e, comunque sia, una legge, se non seguita da specifici interventi, non serve a niente, o meglio, non risolve il problema di fondo.

Vediamo nel dettaglio "che cosa sono le quote rosa e se sono sufficienti per far contare le donne", seguendo l'intervista fatta da Tonia Mastrobuoni, La Stampa, a Lucrezia Reichlin. La legge prescrive che dal 2012 i Cda delle aziende quotate e a partecipazione pubblica dovranno essere composti per un quinto da donne e dal 2015 da un terzo. La Consob inviterà le aziende che non si adeguano ad allinearsi alle prescrizioni e, dopo l'avviso, scatteranno multe da 100mila euro a 1 milione per i Cda e tra 20mila e 200mila per i collegi sindacali. Fino a l'annullamento degli organismi di controllo per le aziende che si ostineranno a rimanere fuori legge. In Italia, nel 2010, i membri degli organi sociali delle aziende erano 4.346, il 92,4 per cento dei quali uomini; fra il 2009 e il 2010 l'aumento delle donne è stato dal 6,9 al 7,6 per cento. Nel mondo la situazione è uguale o peggiore, salvo la Norvegia, che nel 2006 si pose l'obiettivo di arrivare ad avere un 40 per cento di donne nei Cda e nel 2010 è stato raggiunto il 41 per cento. Anche in Spagna nel 2007 fu introdotta la legge per aziende con più di 250 impiegati e con l'intento, per il 2015, di raggiungere il 40 per cento. 
Perché il provvedimento non ha riscosso un consenso unanime neanche fra le donne? Perché non viene visto unanimemente come un passo avanti verso la parità di diritti fra donne e uomini? Alcuni le ritengono illiberali e non idonee a risolvere il problema. Su Lo Spazio della Politica, "Perché (purtroppo) servono le quote rosa", Linnea Passaler si è dichiarata "triste come donna, come cittadina e come imprenditrice [...] una legge del genere mortifica il merito e non risolve il problema a monte, nell'accesso alla competizione". Vero! Ma ci sono due aspetti importanti da mettere in evidenza: quello organizzativo, risolvibile con servizi di supporto, come asili e case di riposo; e quello culturale, verso il quale non esiste altro modo, almeno nella fase iniziale, se non l'utilizzo di una legge che imponga di fare qualcosa che spezzi la tradizione e avvii un modo nuovo di lavorare, che con il tempo potrebbe diventare un "giusto e normale" modo di lavorare. Soprattutto se leggiamo che un imprenditore di Inzago, vicino Milano, licenzia 13 donne, su un totale di 30 lavoratori di ambo i sessi "così possono stare a casa a curare i bambini e poi, comunque, quello che portano a casa è il secondo stipendio". Si legga il post, "Quote rosa, ma per i licenziamenti", su Percentualmente, di Rosaria Amato.  Quello delle donne è il "secondo stipendio", perché in una società come la nostra è dell'uomo il primo e importante stipendio.
Pur riconoscendo che è solo con la legge che si riesce a scardinare un sistema culturale, non possiamo negare che ci sono degli aspetti negativi che potrebbero verificarsi: domani avrebbero diritto di chiedere le loro quote altre categorie poco rappresentate, come gli immigrati e i giovani; potrebbe verificarsi la nascita di un nuovo lavoro " donne per Cda", ovvero donne che vengono inserite con il solo scopo di applicare la legge, ma assolutamente inutilizzate per compiti inerenti al Cda. Ancora, come scrive Luca Pagni  su Piccole Grandi Imprese, "Sfortunato il paese che ha bisogno delle quote rosa" : "Potrebbe anche accadere che le donne, imposte per legge nei Cda, impongano poi - sempre sulla logica delle riserve obbligatorie - un numero di dirigenti donne in azienda. E sarebbe un criterio valido e intelligente?". Senza contare che aumenteranno a dismisura casi di mogli, figlie e amanti cooptate nei consigli di amministrazione.
Che fare allora? Sicuramente sarà necessario supportare la legge con interventi che rendano più libere le donne di dedicarsi al lavoro, ovvero creargli le opportunità necessarie affinché si conquistino, con il tempo e il merito, ciò che gli è stato dato per legge.  Dovremo dare loro la possibilità di competere con gli uomini a parità di condizioni. Spesso si prende ad esempio la Norvegia, ma ci si dimentica che sotto l'aspetto sociale e in termini di welfare siamo indietro anni luce. 
Noi non abbiamo i titoli e l'esperienza per insegnare agli esperti come risolvere i problemi che più limitano la libertà delle donne di dedicarsi alla carriera, ma, ad esempio, gli asili potrebbero essere previsti nel piano di urbanizzazione di ogni zona industriale: oltre ai parcheggi, verde, servizi ecc, perché non prevedere un immobile da 5/6 stanze da utilizzare come asilo. Il costo sarebbe distribuito su più aziende ( come la terra e i  servizi vari), magari offrendo loro buone agevolazioni fiscali; oppure calmierando i prezzi della terra, che in Italia ha valori di circa dieci volte che in Francia e in Germania. Le lavoratrici pagherebbero una parte della retta, una parte le aziende della zona industriale e una parte sarebbe a carico dei comuni, province e regioni, che non hanno più l'onere di costruire. Il loro compito sarebbe quello di reperire maestre d'asilo, verificarne l'idoneità, verificare il buon andamento del servizio. 
La crisi, scoperta di recente, e che fino a pochi mesi fa neanche ci toccava, rende difficile investire in servizi di supporto per le donne, ma, se ci fosse la volontà politica a risolvere il problema, i mezzi e i sistemi ci sarebbero, basterebbe togliere dove sono gli eccessi, si veda i costi della politica e le consulenze inutili; basterebbe impegnarsi nella lotta contro l'evasione fiscale, l'economia sommersa e l'economia illegale. Solo una briciola di quel tesoro che ci viene sottratto illegalmente pagherebbe tutto. Ma non c'è la volontà politica! D'altronde com'è sperabile che ci si occupi delle donne, quando l'istituzione che dovrebbe farlo non ha mai avuto un  Governatore della Banca d'Italia, un Presidente del Consiglio e un Presidente della Repubblica donna e ciò solo per fare gli esempi più eclatanti, ma basta guardare alle banche o ai manager delle partecipate e non si troverà nessuna donna.
Le donne dovranno ancora lottare molto per ottenere un loro sacrosanto diritto; soprattutto, però, dovranno lottare per ottenere le stesse condizioni di partenza degli uomini, perché per cambiare il fattore culturale è possibile solo se la competizione è fatta ad uno stesso livello. In questo modo è possibile stabilire chi ha le qualità  per il successo, che non sono date dall'organo riproduttivo, ma dal cervello.












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