giovedì 2 giugno 2011

Lavoriamo per un futuro di sinistra

Juan Somavia, Direttore generale dell'Ilo, scrive che "l'obiettivo primario [...] è garantire che tutti gli uomini e le donne abbiano accesso ad un lavoro dignitoso e produttivo, in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana".


Ci rimane difficile pensare come sia possibile raggiungere certi obiettivi leggendo i dati che gli istituti di ricerca, come l'Ocse, l'Istat, Svimez, Confindustria e Banca Italia continuano a farci leggere. Soprattutto ci chiediamo quali potranno essere i tempi per raggiungere tali imprescindibili obiettivi e quali politiche economiche e di sviluppo pensa di mettere in atto la sinistra per raggiungere un livello di lavoro dignitoso per tutti. Parliamo alla sinistra, perché l'attuale governo non è in grado di fare nessuna politica adeguata, preso com'è a tentare di recuperare il terreno perso nelle votazioni amministrative, che lo porteranno a ricercare soluzioni che lo salvaguardino nelle prossime politiche: ad esempio come limitare le trasmissioni come Anno Zero o simili, imputate di avere avuto la forza di far perdere le elezioni al partito di maggioranza. Noi parliamo alla sinistra, convinti che ormai il Paese abbia dato una chiara risposta ai vent'anni di mal governo. Il Paese si aspetta chiare politiche di indirizzo per lo sviluppo del lavoro. Parliamo alla sinistra perché dovrà avere a cuore di far tornare il lavoro "centrale " per la persona e perché dovrà saper parlare ai giovani, i quali hanno desiderio e voglia di riappropriarsi del proprio futuro. Soprattutto parliamo alla sinistra, perché uno dei suoi obiettivi primari dovrà essere "il lavoro per la persona". Siamo consapevoli che dovrà svolgere un lavoro ciclopico per restaurare ciò che una dissennata destra ha distrutto o lasciato all'incuria, ereditando una situazione a dir poco disastrosa. Se andiamo a leggere i dati Ocse, relativi alla crescita italiana, si noterà che i dati indicano che il Pil nel primo trimestre è quasi immobile ( +0,1%), mentre fra i G-7 e in Eurolandia è aumentato, lasciando stare la Germania che sta volando. In pratica la ripresa italiana viaggia con un punto e mezzo percentuale al di sotto della media e tra i paesi del G-7 è al penultimo posto davanti al Giappone ( -0,7%).
Anche i dati forniti dall'Istat circa la produzione non sono incoraggianti : a maggio si è avuto un +0,1% rispetto ad aprile; la crescita sul 2009 è del 12,1%, ma rispetto ai livelli pre-crisi c'è un ritardo del 17,2%. Con l'attuale trend produttivo e di sviluppo sarà impossibile recuperare l'occupazione persa dall'inizio della crisi. Segnaliamo, forse più come segno di speranza, che il Centro studi di Confindustria ritiene che nei prossimi mesi dovrebbe esserci un recupero.
Un altro aspetto che la sinistra dovrà tenere conto è la spaccatura che esiste fra Nord e Sud sia dal punto di vista economico che occupazionale, l'Italia a due velocità, come si legge nel rapporto pubblicato dalla Svimez: il divario fra Nord e Sud è una realtà tangibile, con il Mezzogiorno che nel 2009 registrava un Pil pari al 59% di quello del Centro-Nord; e un tasso di occupazione delle regioni meridionali che corrispondeva al 68,8% del tasso del Centro-Nord. Bene ha fatto Adriano Gianola, Presidente della Svimez, a rimarcare come, a livello complessivo, il sistema produttivo italiano stentasse a restare al passo degli altri paesi europei già prima della recente crisi e che ciò non fosse riconducibile al "peso del Sud" ( si legga Tremonti): "l'impasse dell'industria manifatturiera è sostanzialmente simile al Sud e al Nord nel periodo 2001-2007, quando la crescita cumulata del prodotto dell'industria manifatturiera è di -1,5% al Nord e di 2,6% al Sud, a fronte di +17,5% in Germania, di +15,2% della zona Euro e di 12,3% dell'Unione a 27".
Ci piace pensare che la sinistra stia già lavorando alla messa a punto di un programma di reperimento risorse per il finanziamento dei progetti di sviluppo e che sappia individuare le fonti di tale approvvigionamento ed è a tal proposito che vogliamo indicare la lettura del libro di Nunzia Penelope, Soldi sporchi, nel quale la giornalista, scrittrice ed esperta di economia illegale, racconta quanto ci costano corruzione, criminalità, evasione fiscale e crac finanziari. 
Secondo l'Istat, nel 2009 si sono persi 532 mila posti di lavoro e un quarto degli italiani vive alle soglie della povertà, la produttività non decolla, il lavoro scarseggia; tagli vengono imposti alla scuola, alla sanità, alla  ricerca, alla scuola e al welfare e, di contro, c'è l'economia della illegalità che funziona a meraviglia. Nunzia Penelope, attraverso documenti ufficiali, da una stima dell'enorme quantità di denaro illegale, superiore al Pil di molti paesi del mondo, sottratto al nostro Paese: 180 miliardi di euro sono il capitolo di evasione e corruzione; 150 quelli nascosti e sottratti alla comunità con il riciclaggio di denaro sporco e gli affari malavitosi; 135 quelli fatturati dalla mafia, 'ndrangheta e camorra, somma doppia o tripla del fatturato di Fiat, Eni e Enel insieme; 18 quelli persi in termini di mancata produzione a causa della contraffazione; 50 miliardi di risparmi ci sono costati i crac finaziari. Si consideri che il riciclaggio di denaro è pari al 11% della ricchezza nazionale e molti degli artefici di tale crimine sono protagonisti dell'economia cosiddetta pulita. Altro fatto estremamente rilevante è il costo degli incidenti sul lavoro, circa 43 miliardi all'anno. Sempre per farlo rimanere a memoria, quando la sinistra sarà al potere, la Banca d'Italia ha stimato che la sola presenza delle organizzazioni criminali in un territorio si mangia il 15-20% della ricchezza locale. Ci chiediamo, quindi, quante migliaia di miliardi di euro abbia perso il Sud! 
Indubbiamente la battaglia contro l'economia illegale non può essere demandata solo a chi governa, benché la gran parte di lavoro sia di sua spettanza, ma anche a tutti i cittadini, perché, come scrive Nunzia Penelope:"L'illegalità economica non è solo un problema morale o giudiziario, ma di giustizia sociale: se molti rubano, il risultato è che qualcuno paga i conti di qualcun altro. Se questo fiume di denaro sottratto in mille modi non finisse regolarmente nelle tasche di pochi, nel 2010 avremmo potuto evitare la manovra di 25 miliardi, che ha tagliato la spesa pubblica con conseguenze pesantissime per tutti i cittadini [...] è indispensabile che gli italiani si rendano conto di quanto ci costa questo sistema, che siano i derubati a non poterne più e a reagire: l'illegalità può essere combattuta efficacemente solo da chi ne paga il prezzo".
Davanti a questo fiume di denaro che sparisce, sembrerà un'inezia chiedere alla sinistra di mettere mano anche al costo della "casta politica", che è di 25 miliardi di euro, pari alla succitata manovra finanziaria, e che darebbe un ottimo segnale ad un Paese che in questi anni è stato sottoposto ad assurdi sacrifici.
Fra non molto la sinistra potrebbe avere questa possibilità e cioè di assumersi l'onere di rimettere in piedi un Paese che è in ginocchio, ma dovrà convincere le persone della serietà del suo programma e, soprattutto, dovrà  assumersi la responsabilità morale dell'effettiva attuazione. 







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