giovedì 9 giugno 2011

Povertà, disoccupazione e precariato: che altro?

Uno degli impegni che il governo ha preso, nell'ambito della Strategia Europa 2020, è quello di far uscire dal rischio di povertà ed esclusione sociale almeno 2.200.000 persone entro il 2020. Intanto, però, lo stesso governo riduce i fondi per le politiche sociali e questo fa sì che ci siano regioni che hanno livelli di benessere o inclusione sociale elevati, si legga il Nord, e regioni, come quelle del Sud, con rischi di povertà o esclusione veramente intollerabili. A questo proposito, suggeriamo la lettura su Lavoce, La povertà in Italia: un problema del sud, di Nerina Dirindin, dal quale ricaviamo i dati statistici.

In Italia le persone a rischio di povertà o esclusione sociale sono 15.000.000 e scusate se lo scriviamo per esteso, ma esprime meglio il senso esagerato della quantità. Uno su quattro, ossia il 24,7% è a rischio. Sono dati di una gravità unica e non sentiamo mai in televisione un ministro o il nostro premier parlare di questa tragica situazione e di quali iniziative si faccia promotore il governo per farvi fronte. In verità il nostro premier qualcosa l'ha detta e cioè che i ristoranti sono sempre pieni e gli aerei affollati e questo non sono indici di povertà. Ma continuiamo con i dati statistici: la media è superiore a quella dei 17 paesi dell'area euro, che è del 21,2% e anche alla media  dei 27 paesi dell'Unione europea, che è del 23,1%. Al forzato e fuori posto ottimismo dei nostri politici, che dicono che in fondo ci scostiamo di poco dalla media dell'Unione europea, fa riscontro il fatto che in tale media ci sono considerati paesi, in gran parte dell'Est, che hanno livelli di povertà elevatissimi. 
La povertà presenta un paese spaccato a metà: al Nord le persone a rischio di povertà sono poche, 14% al Nord-Est, 15,6% al Nord-Ovest, 11,1% nel Trentino Alto Adige e del 13,4% in Valle d'Aosta. Nel mezzogiorno si hanno tassi percentuali simili alla Romania: 44,4% nelle isole, 38,7% nel Sud, con punte del 49,3% in Sicilia e 42,7% in Campania. Tanto per continuare a parlare di due Italie.

Attraverso i  dati offerti dall'Istat, vediamo i dati dell'occupazione giovanile, ossia della disoccupazione e della distruzione di un'intera generazione. Nel biennio 2009-2010 l'occupazione è diminuita di 532.000 unità, delle quali il 90% è costituito da giovani under 30, 482.000 unità. Tra il 2008 e il 2010 il tasso di occupazione giovanile è sceso al 42%, circa 6 punti percentuali in meno; e se nel 2009 erano stati colpiti maggiormente i giovani lavoratori atipici, nel 2010 sono quelli standard ad essere più colpiti. Nel primo trimestre del 2009 ogni 100 giovani precari soltanto 15 hanno un lavoro standard dopo un anno; si ricordi che nel 2007-2008 erano 24 su 100. Naturalmente non possiamo dimenticarci dei 2.100.000 Neet, il 22,1% della popolazione giovanile. La cosa che maggiormente colpisce è che quasi la metà della caduta di occupazione è avvenuta al Nord ( -237.000 unità, che è il 49,2% della riduzione totale) e la il settore che è stato più colpito è quello della trasformazione industriale, circa 200.000 unità, pari al 23,6%. In termini percentuali, però, la discesa maggiore si è avuta al Sud, -16,3%, contro il -12,2% del Nord e il -9,2% del Centro.
Tra le donne sono calate le professioni operaie (-30,3%) a vantaggio delle professioni non qualificate (+16,6%). Il calo dell'occupazione a livello dei titoli di studio: per i giovani con la licenza media, dal 43,3% del 2008 al 36% del 2010; per i diplomati, dal 48,8% al $3,9%; e tra i laureati, dal 54,2% al 48,5%. 
Due notizie di cronaca: la prima, che solo il 5% del totale dei giovani utilizza i centri per l' impiego  e le agenzie per il lavoro; la seconda, che i titoli di studio sono determinanti ai fini dell'occupazione e del salario; e se la laurea paga, il dottorato garantisce quasi sempre il lavoro. Forse è per questo che il governo poco  o niente fa per stimolare i ragazzi a investire in specializzazioni post-laurea. Abbiamo giovani brillanti che vanno all'estero a specializzarsi e molti di loro preferiscono rimanere a lavorare nel paese della specializzazione, piuttosto che tornare al loro Paese, perché, al massimo, noi potremmo offrirgli una disoccupazione ad honorem.
Leggere questi dati ci fa venire alla mente i manifesti che venivano affissi ai municipi o alle chiese, in tempo di guerra, sui quali venivano scritti i nomi dei paesani morti in guerra. Non passa giorno che sui quotidiani o sui blog non si legga di dati statistici in negativo e mai che si abbia il piacere, almeno una volta, di leggere che il nostro Paese ha condizioni di eccellenza e che primeggia fra i paesi dell'Unione europea.
Ma più demoralizzante, per non dire tragico, è l'atteggiamento e la passività del governo, al quale i vari istituti di ricerca fanno complete e dettagliate relazioni. Invece di pensare a trasferire ministeri o uffici di rappresentanza al Nord, con i costi conseguenti, non si preoccupano di trovare soluzioni valide per creare lavoro. Non si preoccupano delle generazioni future, ma di cose immediate e inutili, tanto per "raccattare" consensi che non arriveranno, perché le persone, oggi, pensano a come arrivare a fine mese e non hanno più voglia di sentire il "blaterare sconclusionato della mala politica". 
I giovani sono il futuro e noi glielo stiamo rubando, e non potrà passare ancora molto tempo prima che , giustamente, intendano riprenderselo.

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