venerdì 10 giugno 2011

Referendum: così com'è serve?

Navigando su facebook e sui blog abbiamo colto diversi aspetti sull'utilità del referendum, sul modo di utilizzarlo e, soprattutto, sull'impossibilità come mezzo, di cogliere per intero la complessità degli argomenti sottoposti al voto popolare. C'è chi sostiene che è proprio la complessità di certi argomenti che dovrebbe ridurre l'utilizzo di uno strumento che, per sua natura, ha necessità che gli stessi argomenti siano iper-semplificati, lasciando agli eletti  del popolo di discutere e legiferare. Ed è a seguito di quanto abbiamo letto che ci interessa riprendere due articoli apparsi su Lavoce, Riformiamo il referendum di L.Guiso e M.Morelli e Tutta colpa del quorum di M.Bordignon, in modo da tentare  di  farci un'idea più chiara di cosa sia il referendum e come dovrebbe essere cambiato perché diventi uno strumento utile e democratico.
"Uno dei principi più vecchi della democrazia è che i cittadini e i politici, che li rappresentano, debbano confrontare le proprie posizioni in modo aperto e affrontare la scelta dopo aver discusso e difeso pubblicamente le proprie ragioni [...] Sotto questo aspetto è paradossale che possano esistere partiti o forze politiche che di fronte a un quesito referendario invitino l'elettorato a non votare".
Questa evidente anomalia è causata da due aspetti fondamentali del referendum: il primo, che con il referendum si possono solo abrogare le leggi; secondo, nel nostro ordinamento è necessario che si raggiunga il quorum del 51%. Diventa quindi evidente, in Italia,  che i politici che vogliono mantenere lo status quo invitino i propri elettori a non andare a votare. Non raggiungendo la percentuale obbligatoria il referendum  non ha validità.
Ora, considerando che il costo del referendum viene valutato intorno ai 300.000.000 di euro, è veramente sciocco, per non dire demenziale, che si organizzi una macchina così costosa per poi rischiare in un nulla di fatto. Tanto varrebbe eliminarlo! Oppure, sempre che si creda nel sistema democratico e nella partecipazione popolare, modificarlo, magari adottando le regole di voto ai referendum della Germania o stabilendo una percentuale più bassa al quorum, magari legandolo alla partecipazione alle politiche precedenti. Ma vediamo com'è organizzato il sistema tedesco.
In Germania il referendum, per essere valido, è sufficiente che almeno il 25% degli aventi diritto al voto si esprimano a favore dell'abrogazione e, che il numero dei "si" sia maggiore dei "no". Chi si oppone all'abrogazione di una norma non ha convenienza a chiedere ai contrari di non andare a votare, anzi, deve convincerli ad andare e deve sforzarsi di convincere gli indecisi e i favorevoli delle proprie opinioni. In tal modo il dibattito che si sviluppa, l'informazione che circola e l'ampia partecipazione al processo decisionale dei cittadini diventano sintomi di vitalità della democrazia. "Ne consegue che se si adottasse il sistema tedesco l'alternativa vincente sarebbe sempre quella desiderata dalla maggioranza degli aventi diritto al voto". In effetti il quorum approvativo alla tedesca ottiene anche la massima partecipazione. Senza contare che in tal modo il referendum diventa un modo giusto e non distorto di partecipazione democratica.
Sta di fatto che domenica 12 e lunedi 13 giugno vengono sottoposti a referendum quattro quesiti importanti e, per quanto si sia usata demagogia o iper-semplificazione per convincere ad andare  a votare, riteniamo che sia veramente importante il raggiungimento del quorum e, soprattutto, che i "si" siano vincenti. Ce lo auguriamo con tutto il cuore per due motivi fondamentali: primo, perché dopo le amministrative sarebbe un'ulteriore sfiducia da parte del paese ad un governo incapace e arrogante; secondo perché anche se argomenti complessi, gli elettori hanno il diritto di far sentire la loro voce su argomenti di interesse strategico; quanto meno come indirizzo di pensiero.









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