mercoledì 15 giugno 2011

Contrattazione collettiva o aziendale?

 Qualche giorno fa Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria per le Relazioni industriali, avanzò l'ipotesi che i contratti aziendali fossero sostitutivi di quelli nazionali, vincolanti per tutti se approvati dalla maggioranza dei rappresentati dei lavoratori, specificando che le scelte di Confindustria sono ispirate al criterio di creare le migliori condizioni per rendere più competitive le aziende. L'altro obiettivo, forse importante quanto il primo, è di tentare di convincere Sergio Marchionne a rimanere in Confindustria, specificando che la Fiat, come qualunque altra azienda, può essere associata a Confindustria pur avendo un proprio contratto aziendale sostitutivo rispetto al Contratto collettivo nazionale di lavoro, in quanto non vi è nessuna regola interna a Confindustria che lo impedisca. 
Naturalmente rapida è stata la risposta sia della Camusso, Cgil, che di Bonanni, Cisl, se pur convergenti sull'utilità della convergenza fra le parti, molto diverse in termini sostanziali. Per la Camusso:"Noi continuiamo a pensare che il contratto nazionale è il punto di riferimento generale per le tutele e poi bisogna incrementare la contrattazione di secondo livello per le questioni specifiche [...] Se passa l'idea che ci sia una legge sulle modalità di contrattazione, spero che poi il vicepresidente raccolga le firme per sciogliere Confindustria perché non si capirebbe più quale senso avrebbero le rappresentanze delle parti sociali".
Da parte sua Bonanni dice:"Un accordo firmato dal 50% più una testa, quindi della maggioranza del sindacato, deve avere un'applicabilità imprescindibile [...] Penso che sia da evitare la Legge, bisogna arrivare a un avviso comune tra le parti".
Il ministro Sacconi, del quale è notoria la "parzialità", avverte che il governo potrebbe intervenire con una legge se servire a "garantire" i contratti aziendali, ma si spinge oltre, facendo l'esempio della Germania, che utilizza solo quando a lui serve e impropriamente, per esempio non nel caso Fiat:"La dimensione aziendale ha tutte le caratteristiche per essere prioritaria [...] vale il principio della prossimità, ciò che è più prossimo alle persone e alle imprese è più efficace. Basta guardare alla Germania, dove la dimensione aziendale delle relazioni industriali ha radici antiche e una presenza significativa".
Non ci interessa commentare le parole del ministro, che non prendono in considerazione due realtà sindacali e aziendali molto diverse. Il sistema renano, che noi consideriamo vincente, ha bisogno di un sistema aziendale e politico diverso dal nostro. Ha bisogno, fondamentalmente, di una cultura diversa. Saremmo stati felici di sentire lo stesso ministro parlare del sistema renano a proposito di Fiat e in risposta ai ricatti, da lui sostenuti, di Marchionne. Nel sistema renano i sindacati partecipano all'elezione del dell'amministratore dell'azienda (si legga wolkwagen). In questo post, e ci scusiamo fin d'ora della lunghezza, vogliamo fare una panoramica delle varie ipotesi avanzate da autori circa la rappresentanza sindacale: collettiva e aziendale. In particolare ci soffermiamo su due autori, Aris Accornero e Alain Supiot, proprio per la differenza delle loro ipotesi e per creare un più ampio dibattito al problema e in risposta ai due leader sindacali e al vicepresidente della Confindustria, lasciando a chi legge di trarre le considerazioni finali.
Scrive Accornero:"bisogna movimentare e articolare la tutela secondo gli intricati percorsi individuali e non solo secondo le lineari traiettorie collettive, del lavoro o della classe; altrimenti, il sindacato oscillerà sempre più fra una tutela dei grandi interessi, che delegherebbe il piccolo interesse  all'autotutela, e una tutela massima dei posti, che rinuncerebbe a una tutela minima dei lavoratori".
Davanti alla variabilità dei posti di lavoro e alla fluidità del lavoro i sindacati dovranno ridisegnare le  forme di regolazione, rappresentanza e tutela, lasciandosi alle spalle le  storie del secolo passato.D'altronde la  variabilità dei posti di lavoro non offre punti di incontro fissi e costanti, per cui  molti lavoratori hanno meno bisogno di loro e, qualora ne abbiano, hanno difficoltà ad incontrarli ed è per questo che ci cerca il posto di lavoro e non riesce a trovarli li sente lontani. Con sempre maggiori difficoltà riescono a mala pena a tutelare i lavoratori già rappresentati, che sono destinati a calare continuamente a causa della disoccupazione, degli smagrimenti d'impresa, dai tagli allo Stato sociale e della variabilità dei posti.La difficoltà dei leader sindacali è capire che la competizione che i mercati richiede, impone loro un cambiamento radicale e, soprattutto, un modo di gestire nuovo, non solo impostato sulla concertazione con i governi e gli imprenditori o patrocinando una partecipazione dei lavoratori alle imprese o negoziando forme di lavoro flessibili, indubbiamente molto importanti, ma non sufficienti. Se prima il compito del sindacato era quello di difendere gli scritti che volevano trovarsi o mantenere il posto di lavoro, oggi, con la volatilità del lavoro, si trovano a difendere gli scritti solo quando il lavoro lo hanno trovato o lo stanno per perdere o lo hanno perduto. E' sul mercato del lavoro, come nell'800, che si decidono quali saranno le condizioni e il trattamento del lavoratore; che si può gestire l'incontro fra domanda e offerta di lavoro: la pluralità e la variabilità di opzioni che accresce la possibilità, i contenuti del lavoro e  i rapporti di lavoro più compositi rendono talvolta difficile far incontrare il lavoratore e il lavoro giusto, anche in una situazione di esubero di offerta di lavoro. Per cui sono necessari servizi all'impiego aggiornati, perfettamente funzionanti e agili per dare veloci e chiare risposte: l'incontro fra pubblico e privato, per la gestione della domanda e dell'offerta e dove le organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori dovrebbero essere le protagoniste, sarebbe importantissimo.
Supiot ritiene che le forze sindacali hanno bisogno dei delegati nelle imprese che diano corpo agli orientamenti adottati a livello centrale. Come, a livello aziendale, devono poter contare su organismi di coordinamento a un livello più elevato. Quindi è determinante una combinazione dei due sistemi di rappresentanza.
Premesso che i sindacati o i rappresentanti dei lavoratori hanno il compito di rappresentare gli interessi dei lavoratori, come, d'altra parte, è compito delle organizzazioni imprenditoriali di tutelare i datori di lavoro, diventa inammissibile "l'idea secondo cui gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori sono convergenti", facendo diventare inutile la rappresentanza collettiva e "contare esclusivamente sulla regolamentazione delle relazioni individuali di lavoro"; com'è da scartare l'idea per cui i sindacati non dovrebbero rappresentare solo gli "interessi del lavoro in quanto tali, per trasformarsi in agenzie di servizi" sul mercato del lavoro.
La contrattazione non dovrà più limitarsi a definire i termini dello scambi salariale, ma dovrà partecipare alla definizione e all'attuazione della legge che curi gli interessi generali, anche se ciò entra in contraddizione con il compito primario di difendere gli interessi particolari dei propri iscritti. Questo farà si che sia i sindacati che le organizzazioni imprenditoriali dovranno, allo stesso tempo, difendere gli interessi particolari di coloro che rappresentano e cercare di conciliare questi interessi particolari con l'interesse generale. Tutto ciò si pone, oggi, per quanto concerne la rappresentanza sindacale a livello aziendale, sia che si tratti di rappresentanza sindacale che elettiva. Lo sviluppo della contrattazione collettiva aziendale porta i rappresentanti dei lavoratori a partecipare alla definizione dell'interesse dell'impresa e a pensare sulle scelte gestionali. Se un'impresa decide di negoziare un accordo richiedendo un ampliamento delle ore starordinarie invece che assumere, o se decide di preservare i posti di lavoro interni a scapito dell'impiego di imprese subfornitrici precedentemente utilizzate, bisogna chiederci quale sia la funzione della rappresentanza collettiva dei lavoratori: tutelare l'interesse generale dei lavoratori o solo di quelli che sono all'interno dell'impresa in cui ha luogo la contrattazione? A fronte di ciò Supiot scrive:"Una delle funzioni storiche del sindacato europeo è stata quella di evitare che la concorrenza tra le imprese di un settore conducesse al ribasso i salari. Là dove questa funzione è stata meglio adempiuta ( ad esempio in Germania), essa ha avuto come benefico effetto di orientare la competizione tra le imprese sulla qualità e la competitività e non sulla pauperizzazione e l'impoverimento dei lavoratori".
Oggi è sempre più avvertita come necessità la decentralizzazione della contrattazione collettiva, spostando verso l'impresa il centro di gravità della rappresentanza  collettiva, per cui le istituzioni elette dei lavoratori o i delegati sindacali d'impresa ottengono maggiore autonomia, ma ciò non vuol dire che le strutture centrali debbano sparire, ma piuttosto devono trasformarsi. Non dovranno più essere centri decisionali, ma veri i propri centri di coordinamento delle rivendicazioni, delle azioni e delle negoziazioni condotte nelle imprese o nelle unità emergenti di contrattazione (reti, gruppi e territori).
Certo, il lavoro da fare è ancora tanto, ma ci vuole il coraggio di cambiare le regole, i comportamenti e le strategie, per rispondere in modo adeguato alle sfide del presente e del futuro. Non si deve continuare ad avere nostalgia dei gloriosi trent'anni...quella è storia del passato, necessaria per capire il presente e per progettare un nuovo futuro.









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