martedì 2 agosto 2011

Presidente, rassicuri i mercati che se ne andrà

Dopo un lungo silenzio il premier decide di tornare in Parlamento "perché Tremonti è talmente debole che sono costretto a prendere io stesso la situazione in mano". Non tutti, all'interno del suo partito sono convinti della bontà del gesto, ma i più giovani l'hanno convinto. Adesso, stiamone pur certi, "pulirà" i mercati in una settimana!
A Tremonti non resterà che accettare la situazione, essere commissariato, o farsi da parte. Non che la cosa ci dispiaccia più di tanto, ma fra lui e il premier è difficile dire chi abbia fatto più danni a questo Paese. 
A noi poco interessano le beghe interne al partito di maggioranza e tanto meno che i due galletti si spennino, ma, questa volta, avremmo molto piacere che l'intervento del premier fornisse ai mercati la fiducia necessaria. Lui ha fatto il danno e a lui l'onore (poco) e l'onere (tanto) di rimediarlo...poi non gli rimane che andarsene. Qualunque sia l'esito del suo intervento, dovrebbe avere un piccolo rigurgito di dignità per farsi un esame di coscienza e poi tornarsene ad Arcore. Certo, non è facile per uno come lui dover digerire un clamoroso fallimento di oltre quindici anni. Un imprenditore, sempre che lo sia, sa quando è il tempo di smettere.
Se avesse difficoltà a ricercare le colpe del suo insuccesso e le bugie raccontate agli italiani, gli consigliamo la lettura dell'articolo di Alberto Bisin, Le colpe cerchiamole in casa, pubblicato su La stampa e del quale ne riportiamo sintetiche parti: "Il Paese non cresce da almeno 15 anni [...] il mercato del lavoro è ingessato e conflittuale, i servizi pubblici inefficienti, il carico fiscale è soffocante e reso iniquo dall'evasione, le rendite e la corruzione sono rampanti, il sistema produttivo è mal posizionato nella competizione internazionale [...] (che l'Italia abbia retto meglio degli altri in Europa la recessione e la crisi è refrain comune ma, dati alla mano, semplicemente falso) [...] l'Italia ha un debito pubblico ipertrofico che la espone ad ogni tempesta finanziaria e che nessun governo ha mai tentato seriamente di affrontare (che l'Italia abbia mantenuto i conti in ordine in questi ultimi anni è un altro refrain comune ma, dati alla mano, semplicemente falso) [...] la questione degli speculatori che affossano il nostro debito e le nostre banche [...], mi spiace dirlo, non è che una favola per anime semplici.
Che altro aggiungere ad una sintesi così drammaticamente lucida ed esatta.
Il nostro passato ci impone di difendere il presente per costruire il futuro, avendo cura di ridare ai giovani ciò che gli abbiamo tolto, la certezza dell'avvenire.
Per fortuna che in parallelo ad una politica inetta, vergognosa e impotente cammina il mondo dell'impresa, che è sicuramente più credibile dello Stato. La fortuna dell'Italia è sempre stata la divisione netta fra Stato e impresa, con quest'ultima che si è sempre arrangiata con quello che aveva, perché se aspettava di ricevere  qualcosa da politici più interessati alle cose proprie che alle esigenze pubbliche, saremmo un paese del terzo mondo.
Leggiamo sul Corriere della Sera un articolo di Dario Di Vico, Se l'impresa è più credibile dello Stato, nel quale racconta della straordinaria performance delle nostre imprese: "Più 17 per cento. Nei primi cinque mesi del 2011 l'export manifatturiero italiano ha fatto segnare un risultato che si può definire 'tedesco' ", contro il 17,7% dei tedeschi. Risultato che premia le grandi e piccole imprese, che ogni giorno, ad onta di un governo incapace, lotta sui mercati e vince. Vince!
In questo momento, è estremamente importante l'incontro che si svolgerà a breve fra le parti sociali, con la speranza che "da quella riunione esca un messaggio chiaro, un'inversione di tendenza, una scossa, una discontinuità".  Poi, che abbia tranquillizzato o meno i mercati, che li abbia "puliti" o meno come Napoli, il premier dovrà andarsene, come ha fatto Zapatero, e lasciare al Paese la scelta del suo futuro. Noi abbiamo mandato degli incompetenti al governo, sta a noi scegliere gli uomini giusti, perché spetta a noi , comunque, pagare e rimboccarsi le maniche per sistemare le cose.  Ma se lo dobbiamo fare, allora è folle rimandare di un anno le elezioni e ai prossimi due anni gli interventi necessari, facciamolo  subito e basta. L'importante è che gli "eletti" siano obbligati giustificare il loro operato agli elettori e che questi ultimi abbiano la possibilità di cacciare gli assenteisti, gli inquisiti, i corrotti e gli inadeguati. Soprattutto, gli "eletti" dovranno dare segno tangibile di partecipare alle difficoltà del Paese riducendo le loro spettanze a livello degli altri Paesi europei, senza furberie da casta.

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