domenica 28 agosto 2011

Signora Camusso, difenda il futuro dei lavoratori

Leggendo l'articolo su Repubblica, La fabbrica di 800 operai che evade tutte le tasse,  ci tornava in mente la richiesta del presidente di Confindustria del Veneto, Andrea Tomat, circa la disponibilità dei lavoratori a regalare cinque giorni di lavoro alle aziende. Non abbiamo ancora letto sue dichiarazioni in merito al Gruppo Mastrotto, che aveva 800 lavoratori irregolari e che evadeva ogni tipo di tassa. Al di là dell'evasione, volevamo sapere da lui cosa ne pensava di una fabbrica che aveva a lavorare 800 operai "irregolari". Anche questi dovrebbero regalare cinque giorni?
 Non pensa, il patron della Lotto, che se tutti i suoi colleghi pagassero le tasse, "quasi giustificati" per competere sui mercati internazionali, forse le cose sarebbero migliori e non ci sarebbe la necessità di chiedere  ulteriori sacrifici a chi già li fa e, soprattutto, a chi subisce, pesantemente e continuamente, la loro sfrenata bramosia di guadagno?
Il governo chiede la soppressione di tre giorni, il 1° maggio, il 25 aprile e il 2 giugno (naturalmente guai a toccare una festività della chiesa!), quasi fosse la causa della scarsa produttività, senza essere sfiorato minimamente dall'idea che tutto ciò possa essere a causa di quindici anni di immobilismo in termini di politiche sul lavoro degne di tale nome.  Fino ad oggi, questo governo, ha appoggiato ogni iniziativa di singoli imprenditori, pur calpestando i diritti dei lavoratori, con la scusa della necessità "di posti di lavoro", perché loro non sono stati in grado di fare una politica economica e industriale che desse nuove spinte e nuove energie. Non spendono un euro in ricerca e sviluppo, non hanno neanche idea di cosa sia una politica per i giovani, che continuano a ingrossare le fila dei disoccupati (record europeo!), quindi non gli rimane che accettare passivamente ogni richiesta da parte del capitale, facendo passare per "ingiustificabile" uno sciopero di protesta indetto da un'istituzione preposta a tale scopo, per salvaguardare i diritti dei lavoratori. Siamo all'assurdo che la Cgil, che si attiene al compito per cui si è costituita, non è giustificabile e il governo, sindacati che sono contro lo sciopero, confindustria e i maggiori partiti dell'arco costituzionale, rei o complici del disastro annunciato e nascosto, ritengono che non sia responsabilmente corretto "perdere tempo e denaro" in uno sciopero. 
Ogni volta che si deve mettere mano nelle tasche degli italiani, non riusciamo a capire perché gli unici italiani a pagare siano solo i lavoratori dipendenti; perché si debba sempre incidere sui diritti acquisiti dai lavoratori, come le pensioni e il lavoro, e sia tanto difficile far pagare proporzionatamente a chi più ne ha. E' mai possibile che chi per anni ha, di fatto, creato il danno facendo l'evasore, sia condonato con un ridicolo 5% sui capitali portati all'estero e non gli venga richiesto un supplemento di pagamento, almeno come risarcimento del danno fatto al Paese. Non ci spieghiamo perché in Italia i ricchi stanno zitti e in Francia si sono proposti di applicare su di loro maggiori tasse. Si inventano voci nuove di prelievo, ma sistematicamente chi paga di più sono sempre gli stessi: anche l'aumento di un punto dell'Iva ha un'incidenza maggiore sui lavoratori che non sui ricchi. E cosa dire della proposta del ministro della Semplificazione, parola difficile anche per il titolare del ministero, di incidere sulle pensioni di reversibilità? Il suo movimento, per tenere buona la base, ha cavalcato "le pensioni non si toccano", ma è costretto a trovare delle alternative poco credibili e assurde, per concedere una scappatoia al governo del quale fanno parte.
Sembra quasi impossibile che un economista come Roubini, premio Nobel e famoso per aver predetto nel 2006 la crisi avvenuta due anni dopo, dica cose semplici per uscire dalla crisi e il nostro governo neanche riesce a capirne il significato. Nella sua intervista, Marx aveva ragione, e apparsa su Lettera43,  dice: "Sembrerebbe che Marx avesse ragione quando argomentava che globalizzazione, strumenti finanziari folli e redistribuzione di redditi e patrimoni dal lavoro al capitale avrebbero condotto all'autodistruzione del capitalismo. Le aziende tagliano i posti di lavoro, ma così facendo riducono i redditi da lavoro, aumenta la disuguaglianza e si riduce la domanda finale [...] i paesi a economia altamente sviluppata dovranno investire in capitale umano, conoscenza e reti di sicurezza sociale per accrescere la produttività e la flessibilità e prosperare in un'economia globalizzata. L'alternativa sarebbe quella di un ritorno agli anni'30".
Con la scusa del momento difficile, che difficile non era fino ad alcuni mesi fa, si tenta di scardinare tutti i diritti dei lavoratori, utilizzando forme subdole, pur di portare avanti "vendette personali", come quelle architettate dal ministro Sacconi e con la complicità del peggior ministro dell'economia che la storia italiana ricordi. Se tanto entusiasmo distruttivo fosse indirizzato alla lotta contro l'evasione, la corruzione, il lavoro nero o l'economia illegale, non staremmo neanche a discutere sulla legittimità dei diritti acquisiti. Siccome chi governa o comanda è parte di quel mondo, allora non rimane che togliere dov'è più facile farlo, senza, per altro, toccare le loro fonti di ricchezza.
Tutto questo ci fa pensare, anzi, ci da la certezza che sia in atto un progetto chiaro e concertato di attacco a quei diritti conseguiti nel secolo scorso e che sono l'unico baluardo della democrazia. In Italia e in Europa il diritto al lavoro e la legislazione sul lavoro sono stati le "mura della cittadella" per milioni di lavoratori, che li ha "trasformati in cittadini a pieno titolo, coscienti del ruolo in una società democratica e della dignità che spetta ad ogni persona, indipendentemente dal censo e dalla professione" e i lavori flessibili e i continui attacchi portati avanti dal capitale a dai governi-servitori sono" una forma di erosione delle mura di questa cittadella e vi hanno già prodotte crepe vistose, e promettono di continuare l'opera, a fronte di una speranza neppur sottaciuta di vederle infine crollare". Abbiamo preso in prestito questa frase di Luciano Gallino, per rimarcare il nostro appoggio, per quel che vale, al segretario della Cgil per aver indetto lo sciopero. Ma con la stessa forza ci rammarichiamo per l'indecisione del Pd ad appoggiarlo incondizionatamente. Ci disturba, anche se lo apprezziamo, che tale incondizionato supporto sia arrivato da Di Pietro, che è lontano anni luce da tutto ciò in cui noi crediamo. 
Il capitale vuole cancellare il potere dei lavoratori e dei sindacati, tesi a difendere tali diritti, e quasi c'era riuscito in questi ultimi venti-trent'anni, perché, come scriveva la Simone Weil negli anni '30 del secolo scorso, nel suo libro, La condizione operaia:"Conciliare le esigenze della fabbricazione e le aspirazioni degli uomini che fabbricano è un problema che i capitalisti risolvono facilmente, sopprimendo uno dei due termini: fanno come se gli uomini non esistessero". Come leggere, altrimenti, l'atteggiamento di Bonanni (Cisl) e Angeletti (Uil), in accordo con il ministro Sacconi e l'a.d. della Fiat, Marchionne, se non come un assurdo tentativo di togliersi dai piedi la Fiom come ai tempi di Valletta?
Noi crediamo, e utilizziamo ancora la Weil, che tale rapporto di forza, se non gestito in modo intelligente e con la giusta razionalità, ha solo due modi per essere modificato "o il ritorno di una prosperità economica tanto grande da far mancare la manodopera o un moto rivoluzionario". 
Ora, considerato che una prosperità economica tanto grande non è possibile a breve termine, rimangono due cose: la prima, che il lavoro torni ad essere centrale e che permetta ad ogni persona una vita dignitosa, oppure, sarà difficile che i lavoratori siano privati ancora per molto tempo del lavoro  e della sicurezza che in esso vedevano, per cui è improbabile che accettino l'impoverimento progressivo e la privazione dei loro diritti senza niente fare. 
Tutto dipende da che tipo di lavoratori si vuole ottenere, ma, siamo certi, che la parte sana del Paese, i lavoratori, possono, e l'hanno sempre fatto, sacrificarsi se il sacrificio è di tutti, ma non intendono più pagare per chi non paga e subire in eterno torti da chi si ritiene unto dal Signore e da Lui ricompensato sulla terra per divina concessione. 
Signora Camusso, difenda il futuro dei lavoratori, e ciò anche a dispetto di chi non ha più certi sentimenti,  perché, ricordava la Weil, "bisogna che l'avvenire si apra di fronte all'operaio con una certa possibilità di previsione, perché abbia il senso di avanzare nel tempo, di andare, ad ogni sforzo, verso un qualche compimento".


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