domenica 31 luglio 2011

Centralità del lavoro: la nuova sfida

Spesso ci chiediamo se il lavoro flessibile sia fonte di precarietà o di opportunità e se i governanti si muovono in direzione della direttiva comunitaria 93/104 (Art.13), nella quale si esorta a mettere in pratica il "principio generale dell'adeguamento del lavoro all'essere umano". Soprattutto ci si chiede, ancor più spesso, se possono sussistere le basi per un grande progetto futuro, dove il lavoro per la persona non sia solo un'utopia.
Sul retro di copertina di S.Precario lavora per noi, di Aris Accornero, si legge "La flessibilità è una necessità che può diventare un'opportunità". Alla luce di quanto leggiamo e viviamo quotidianamente sono da evidenziare alcuni aspetti  circa la necessità. Innanzi tutto, è una necessità delle imprese, che a seguito della crisi energetica degli anni'70 del secolo scorso, hanno deciso di riappropriarsi del lavoro, riducendo la forza sindacale e operaia, delocalizzando, facendo smagrimenti di personale e, soprattutto, acquisendo una notevole forza contrattuale verso gli Stati, imponendo il lavoro flessibile a condizioni contrattuali assurde, e tutto ciò a portato le imprese a quel che Luciano Gallino ritiene "l'ideale di utilizzare la forza lavoro pressappoco nel modo in cui utilizzano l'energia elettrica".
I lavoratori si sono dovuti adeguare a questi mutamenti, non potendo più contare su una forza sindacale forte, com'era nel '900; e anche a conseguenza del fatto che i governi, pur di mantenere (cosa non riuscita!) i posti di lavoro, non solo hanno offerto alle imprese vantaggi fiscali e retributivi alle assunzioni, ma anche una variegata tipologia di contratti atipici. Tutto ciò in assenza di un progetto o uno studio che valutasse l'entità della flessibilità necessaria e/o se fosse in qualche modo un'esigenza momentanea o una nuova definitiva tipologia di lavoro.
Affinché si possa dire che "può diventare un'opportunità", come sostiene Accornero, c'è ancora molta strada da fare. Quando si parla di opportunità, quasi sempre, ci si riferisce alle aziende flessibili, tecnologicamente avanzate, in cui è previsto l'utilizzo di manodopera specializzata, sempre istruita, ben pagata e fidelizzata, in pratica i core workers; ma non dobbiamo dimenticare che accanto a questa fascia di lavoratori, sempre più vicina ad un terzo del totale, ci sono i quasi due terzi di lavoratori, i peripheral workers, i giovani Neet, le donne, sempre più marginalizzate sul mercato del lavoro; evidenziando, per altro, la bassa qualifica persistente in settori produttivi pre-moderni, in cui predominano i lavori temporanei a bassi stipendi, rendendo sempre più evidente e marcata la dualizzazione del mercato del lavoro. E a fronte di tutto ciò non possiamo che constatare che alle condizioni attuali il lavoro flessibile è fonte di precarietà.
Quando si sostiene che, da parte degli imprenditori,  c'è una sempre maggiore richiesta di partecipazione, è vero solo in parte, in quanto, di solito, ci si riferisce sempre ai soliti core workers, perché sarebbe improponibile chiedere partecipazione e qualità ad un lavoratore che sa di lavorare solo qualche mese o qualche giorno; inoltre, ed è importante rimarcarlo, ci si rivolge solo a certi settori produttivi e di servizi ad elevata tecnologia e a certi strati professionali dei lavoratori.
Si pensi allo stesso sistema di Qualità Totale, che ha avuto sì il merito di introdurre il concetto di qualità, senza, però, riuscire a raggiungere l'obiettivo di un reale coinvolgimento dei lavoratori, tanto che G. Baglioni, in Democrazia impossibile?, scrive: "da qualche anno [...] è iniziato un ampio dibattito che mette in discussione parecchie virtù attribuite alla Qualità Totale, che sottopone a verifica i risultati che con essa dovevano essere conseguiti, che propone una sua evoluzione, correttivi o, addirittura, il suo superamento". In Italia, tale sistema sembra essere stato utilizzato solo per dire al lavoratore di tenere la testa alta per risolvere le inefficienze, perché ciò va a vantaggio dell'impresa, più che a recuperare lo spreco di "intelligenza nel lavoro", come ricorda Accornero. Se al lavoratore viene richiesta maggiore professionalità, partecipazione e istruzione continua, sarà consequenziale e doveroso trattarlo da lavoratore professionista. Le aziende, in futuro, saranno obbligate a investire sui lavoratori, se vorranno rispondere ad un mercato sempre più difficile. Dovranno coinvolgere tutte le maestranze, ad ogni livello, con le quali prendere decisioni, scegliere le strategie aziendali, decidere le modalità produttive. Ma partecipare vorrà dire anche riconoscere un certo valore economico, qualora l'azienda produca utili. Il tutto, naturalmente, al di là dello stipendio. Certamente è da guardare al Giappone per quanto concerne la valorizzazione della manodopera e la riduzione degli sprechi, anche perché il loro sistema produttivo è ottimo per i periodi di bassa o nessuna crescita; ma tale sistema non è la panacea contro tutti i mali, soprattutto se, come conseguenza, ha un mercato del lavoro fortemente segmentato; dei sindacati aziendali i cui quadri sono i dirigenti d'azienda e gli iscritti obbligati solo quelli della "fascia della fedeltà"; e, più importante, se uno degli sprechi su cui lavorare è la manodopera. L'Europa e l'Italia, sotto l'aspetto della tutela dei lavoratori, devono ancora fare passi da gigante, in termini di miglioramento, ma non hanno niente da invidiare ai giapponesi. Non si deve copiare un sistema con la logica del "tutto compreso", ma analizzare ciò che è intelligente e adattarlo, in modo razionale, alla nostra realtà.
Il percorso verso la meta del lavoro per la persona è ancora molto lungo, per cui si ritengono necessari interventi urgenti, come la creazione di nuovi posti di lavoro, perché senza di questi non c'è salvezza. A tal fine, sarebbe necessario investire sui giovani e sulle donne, anziché dare agevolazioni fiscali o retributive agli imprenditori per agevolare le assunzioni, perché ormai di flessibilità ce n'è anche troppa e la produzione snella, sempre riferendoci ad Accornero, per la troppa flessibilità potrebbe correre lo stesso rischio della produzione di massa per la troppa rigidità. Bisognerà finanziare nuove attività, creando perfino un sistema di tutele anche per i nuovi futuri microimprenditori che creeranno posti di lavoro, concordando con quanto scrive A.Supiot su Il futuro del lavoro: "Non è normale [...] che un piccolo imprenditore che fallisce non possa disporre di una rete di sicurezza, tanto più che, per avviare la sua attività, egli ha assunto dei rischi personali sul suo patrimonio".  Sarà necessario ridisegnare il sistema di tutele; riscrivere un diritto del lavoro che tenga conto dei tempi di lavoro e di non lavoro; rivedere ma potenziare un welfare state degno di tale nome, in cui il "diritto di proprietà sociale", proposto da Castel, sia alla pari del diritto di proprietà privata; difendere lo status professionale del lavoratore dalla discontinuità dell'impiego e si leggano, tra l'altro, i diritti di prelievo sociale proposti da Supiot. Sarà necessaria la nascita di un movimento sociale internazionale, tanto caldeggiato da Bourdieu, che abbia la forza di mobilitare così tali forze da far intervenire tutte le istituzioni internazionali e nazionali affinché non ci siano più sacche di sfruttamento, cosicché il lavoro diventi un diritto reale. Soprattutto, non ci dovranno più essere "paesi franchi" che, a causa della povertà, accettino di offrire la forza lavoro a pochissimo valore e a condizioni lavorative indegne. Siamo certi che non potranno tardare i tempi in cui nasceranno sensibilizzazioni tali da far muovere i governi e le istituzioni a protezione del lavoro. Il traguardo del lavoro per la persona sarà una tappa obbligatoria per le aziende e , soprattutto, la mancanza di stabilità, nel lungo tempo, provocano disagio sociale, che sfocerà, prima o poi, i violenza e il mercato ne risentirebbe di sicuro.
Il problema non è, come caldeggiato da molti autori del secolo scorso, di liberare l'uomo dal lavoro, affinché possa dedicarsi al "attività politiche" o "alla vita sociale", dedicandosi di più alle "cose dello spirito", ritenendo che il lavoro non assicuri più i legami sociali. Nel '900 non si poteva certo dire che mancasse il senso di appartenenza, che non ci fosse un forte senso di solidarietà e, soprattutto, che mancassero forti legami sociali. Questi ultimi saltano se c'è disperazione o se il tempo della vita è trascorso fra la disperazione della perdita del lavoro e la tragedia di trovarne un altro. Ma se la vita è garantita dal lavoro, dal "diritto di proprietà sociale" o da una politica e da un diritto del lavoro che sempre più lo indirizzano verso la persona, non vediamo perché un lavoratore felice non debba essere solidale o non sia interessato alla vita sociale o non partecipi alla gestione della polis. Quello che è importante è che con il lavoro si possano tentare di realizzare progetti di vita desiderati. La disperazione dei precari non è pari a quei lavoratori del secolo scorso, che pur lavorando in ambienti decisamente più pericolosi ed insani, con ritmi forsennati e con una considerazione inesistente si sentivano, comunque, parte di qualcosa. Il precario è parte di niente.
Siamo consapevoli che comunque sia  ci saranno sempre lavori migliori di altri, che l'istruzione darà sempre più vantaggi in termini di qualità del lavoro, che le qualità personali non sono tutte uguali, ma se anche i meno fortunati viene dato il diritto di lavorare, di essere parte di qualcosa, di avere una propria dignità e, soprattutto, di farsi un futuro, ciò non sarà vista come un'ingiustizia. L'ingiustizia nasce dal fatto di non  avere i mezzi per studiare e non dal non aver voglia di studiare. Questo dovrà essere l'arduo  compito della scuola, che dovrà insegnare ai giovani l'importanza dello studio e sensibilizzarli alle necessità del "sapere", non fosse latro che per l'importanza dell'istruzione al fine di migliorare, come dice Bauman, il mondo in cui viviamo. E' attraverso l'istruzione che si prende coscienza dei doveri ma anche dei diritti; che si pensa all'Altro, compreso il nostro "vicino globale", come parte di noi; che si dovranno studiare nuove strade nei rapporti di lavoro; che si potranno formare anche nuovi microimprenditori, sensibilizzati all'importanza dei rapporti paritari con la forza lavoro. Tutto questo non può essere lasciato al libero mercato, ma dovrà essere l'impegno della scuola, dell'università e degli studiosi di scienze sociali. La sociologia i generale, e quella del lavoro in particolare, dovranno trovare nuovi sbocchi, nuove strade. Soprattutto dovranno trovare un modo nuovo di  affascinare i giovani, di richiamare la loro attenzione per i nuovi progetti di vita e del lavoro.
La scuola, la politica, il diritto e il nuovo e agognato movimento sociale internazionale dovranno avere il compito futuro di permettere, come scrive Florida, ad ogni lavoratore di " portare al lavoro e stessi". Ed è per ciò che vogliamo sperare nella possibilità espressa da Bourdieu quando scrive: "Indubbiamente non è irragionevole aspettarsi che gli effetti della politica di una piccola oligarchia attenta solo ai suoi interessi economici a breve termine possano favorire l'emergere progressivo di forze politiche, anch'esse mondiali, capaci di imporre progressivamente la creazione di istanze transnazionali con compito di controllare le forze economiche dominanti e di subordinarle a fini realmente universali".

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