domenica 17 luglio 2011

Non esiste la flessibilità "buona"

Abbiamo scritto sulla flessibilità in molti dei nostri post e non ci stancheremo di scrivere ancora dell'inganno della flessibilità. Il Pd ha annunciato un piano per i giovani " Piano nazionale per l'autonomia e le libertà delle nuove generazioni". Nella manovra che inizia il suo iter al Senato devono essere inserite misure contro la precarietà, in quanto, per  Cesare Damiano, ex ministro e responsabile economia del Pd, è una degenerazione di una "flessibilità buona".

Noi siamo certi che l'ex ministro legga le statistiche Ocse, Istat, Cnel e Svimez ed altre, per cui ci piacerebbe sapere da lui quale sia mai stata la flessibilità buona e, qualora ci sia stata, sempre che si riferisca a quella flessibilità considerata anticamera per un lavoro a tempo indeterminato, se sia a conoscenza che non solo è diminuita e diminuisce in continuazione, ma  che, di fatto, non ha mai valorizzato le capacità del giovane "flessibile", ma è stata solo una zona di parcheggio  o una giostra di lavori precari, dalla quale scendevano pochissimi giovani e non per meriti acquisiti nel periodo flessibile, perché non esistevano e non esistono sistemi di valutazione, ma sempre era obbligo iniziare da capo. Vediamo in sintesi i punti salienti del programma, in modo da valutare, al termine dell'iter istituzionale, ciò che rimarrà delle proposte iniziali.

Dote personale di cittadinanza: ciascun nuovo nato sarà titolare di un conto individuale presso l'Inps su cui sarà versata una quota di contributo pubblico, fino a 18 anni, pari ad un massimo di 1.500 euro/anno per i nuclei familiari più poveri; quote decrescenti fino a un reddito Isee pari 40mila euro. Un giovane, quindi, potrebbe ritrovarsi a 18 anni con 27mila euro che però sono vincolati per avviare un'attività lavorativa o per proseguire gli studi.

Fondo di garanzia per l'autonomia dei giovani: per sostenere l'accesso al credito per chi ha tra i 18 e i 35 anni; detrazioni fiscali per i giovani che affittano la prima casa e cedolare secca per chi affitta; un fondo per l'acquisto della prima casa. E ancora misure per il diritto allo studio con l'abrogazione del fondo per il merito della Gelmini e l'assegnazione di 150mila borse di studio per merito nel triennio 2011-2013. Per i lavoratori autonomi è prevista una defiscalizzazione per 3 anni, ai giovani fino ai 35 anni, che avviano un'attività.
Per la lotta al precariato, viene proposto il riconoscimento di un credito d'imposta per le assunzioni a tempo indeterminato, pari a 333 euro. Ammortizzatori sociali  per i parasubordinati, limiti all'utilizzo dei lavoratori a tempo determinato,misure per garantire l'accesso alla pensione (si prevede la costruzione di una pensione composta da un minimo base, 400-500 euro, a cui si aggiunge un montante contributivo per arrivare a una pensione del 60 per cento dell'ultimo stipendio). Al calcolo della pensione parteciperebbe ogni ora lavorata, con contribuzione e retribuzione regolare, di qualsiasi forma di rapporto lavorativo o para-lavorativo: anche gli stage e i tirocini devono avere una minima contribuzione previdenziale, conteggiabile nel risultato pensionistico finale.

Analisi di impatto generazionale: il governo dovrà sottoporre ogni ddl o decreto ad un'analisi di sostenibilità ed equità generazionale.

Il tutto a sostegno di una "flessibilità buona". E sempre che si riesca a portare avanti un simile progetto e che non finisca, come sempre, per essere amputato e decurtato nelle sue componenti più importanti, per ridurlo ad un miserando intervento riparatorio. Noi abbiamo un'idea diversa del lavoro e, in modo particolare, del lavoro per i giovani, che poi diventa anche per il futuro del Paese. Per chi abbia voglia di seguirci, vogliamo ripercorrere e sintetizzare ciò che abbiamo scritto in precedenza, e toccare gli argomenti più salienti e di maggior importanza, affinché il lavoro ritorni ad essere centrale nella vita della persona.
Nel nostro Paese non esiste una politica economica, industriale o per l'occupazione, soprattutto a riguardo dei giovani. Durante la crisi, il mercato ha espresso  chiaramente le proprie inefficienze e lo Stato, anziché svolgere il ruolo di datore di lavoro di ultima istanza, si è dedicato al salvataggio degli enti finanziari, dimenticandosi della produzione e dell'occupazione. Negli ultimi vent'anni si è sempre più imposto il credo liberista, secondo cui più l'occupazione è flessibile e tanto più essa aumenta. Naturalmente la realtà delle cose ha dimostrato il contrario, anzi, nel nostro Paese, a differenza di altri  paesi, non esistono adeguati sistemi di protezione. Senza contare che la produttività del lavoro è stagnante da quindici anni, e unita alla stagnazione dei salari, diventa consequenziale una minore domanda interna e minori posti di lavoro. Se poi guardiamo alla scuola, che è la rappresentazione dell'attuale stato di cose, con le eccellenze che lasciano il Paese e le mediocrità che rimangono a fare disastri, i tagli in essa operati sono, come scrive Luciano Gallino "i provvedimenti più insensati che si potessero immaginare per far fronte ai problemi dell'occupazione giovanile e del rilancio dell'economia. Nel giro di pochi anni si avranno centinaia di migliaia di ragazzi meno formati e meno istruiti di quanti ne avremmo avuti senza i tagli 'lineari' [...] Si tratta di una sorta di suicidio nazionale e, al tempo stesso, è un attacco - ho sentito uno storico definirlo genocidio culturale - nei confronti delle nuove generazioni". L'università targata Gelmini "non tiene conto che noi avremo bisogno di persone che, accanto ad una ragionevole dose di specializzazione, abbiano ampie competenze generali e strategiche per comprendere i grandi fenomeni del mondo in movimento. Ci sarebbe molto più bisogno di quanto non si creda di pensiero critico in tutti i campi. Avremmo bisogno di persone che non si pongono davanti ai fenomeni economici e culturali come se il mondo fosse caduto dall'alto così come è oggi, ma si rendessero conto che il pianeta è stato costruito in base a precisi progetti ideologici, culturali e politici e si potrebbe anche cambiarlo adottando altri progetti".
Spesso si dice che la scuola non ha un adeguato collegamento con il mondo del lavoro, ma è giusto rilevare che negli anni '60-'80, quando esisteva la grande industria, il collegamento fra la scuola pubblica e  le imprese era ben consolidato, anzi, era fonte di crescita delle ultime, che, facendo ricerca, avevano necessità di personale altamente qualificato, compito della scuola pubblica formarlo. Oggi, che non ci sono più le grandi imprese, non sono state studiate forme alternative, come, ad esempio, centri di ricerca universitari a partecipazione privata e pubblica, dove svolgere ricerca e sviluppo per le piccole e medie aziende e dove impiegare le nostre eccellenze. 
Se poi guardiamo alle disuguaglianze, non si potrà non notare che ormai l'ascensore verso l'alto, ossia verso posizioni sociali più elevate si è bloccato da tempo; infatti il nostro paese è tra i più diseguali, insieme a Usa, Brasile e Uk. La strada verso posizioni sociali più elevate, meglio retribuite e con più potere decisionale si è sempre più concentrato nel 10 per cento della popolazione; e negli ultimi anni la redistribuzione del reddito è andata sempre più dal basso verso l'alto: il 10 per cento più ricco è diventato più ricco e 40-60 per cento dei più poveri e dei meno benestanti è diventato più povero.
Ricordiamo ancora l'ex Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, asserire che non solo la precarietà nuoce alle persone, ma nuoce perfino alle aziende. Allora perché non cambiare indirizzo e riscrivere una legislazione del lavoro, che tolga le quarantacinque tipologie di lavori atipici, che si torni al contratto unico a tempo indeterminato a tempo pieno e, magari, prevedere un particolare tempo determinato per andare incontro a certe esigenze delle persone e  delle aziende. Come ricorda Gallino "Sancire questo principio converrebbe economicamente e rispetterebbe l'identità e la dignità della persona". Quello di cui stiamo assistendo in questi anni è un disastro generazionale, perché chi da anni ha solo avuto lavori precari e saltuari avrà pensioni da fame. Se nel 2006 era difficile per un giovane trovare un lavoro a tempo indeterminato, oggi è quasi impossibile e si tenga conto che dal 2005 il 75 per cento di tutti i nuovi avviamenti al lavoro passa per i contratti atipici, senza contare che, comunque, solo un terzo diventa a tempo pieno.
Rimangono due argomenti da vedere e che si ripresentano puntualmente sia nell'attuale finanziaria che negli ultimi sviluppi sulle privatizzazioni: il primo, riguarda l'iniquo sistema fiscale, per cui capita che un lavoratore con un salario di 15-20mila euro di reddito l'anno, è assoggettato ad un'aliquota del 23 per cento, mentre un manager che guadagna 5 milioni di plusvalenze, grazie al meccanismo delle stock options sulle azioni, paga il 12,5 per cento; il secondo, che è necessario ribaltare l'idea di trasformare i beni pubblici  in privati, perché quest'ultimi più efficienti, e ciò perché "numerosissimi documenti affermano che non esiste nessuna correlazione tra efficienza e produzione privata di beni". La funzione pubblica ha l'obbligo di cercare di ottimizzare il bene pubblico, obiettivo raggiungibile solo se al concetto  "clientelare" si sostituisse quello "meritocratico".
Pur considerando le proposte del Pd un passo in avanti, ci viene in mente ciò che diceva Gallino sulle proposte e gli interventi che la politica adotta per il lavoro flessibile: è come  un equipaggio di una nave che in pieno oceano, all'avvicinarsi della tempesta, anziché approntarsi a gestirla, si metta a discutere del logo delle vele.


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