lunedì 4 luglio 2011

Giovani cervelli in fuga: un futuro per il Paese?

Qualche giorno fa abbiamo letto un interessante articolo di Francesco Molica su I Mille, giovani cervelli in fuga: tra brain drain a brain gain, molto interessante per chi scrive perché non conosceva quale poteva essere il lato positivo dei giovani cervelli in fuga secondo alcuni studiosi, fra i quali spicca Amartya Sen. Resta da specificare che l'interpretazione che ne danno gli studiosi è modellata sui paesi sottosviluppati, ma, come dice l'autore, "fatte le debite differenze, calza bene anche all'Italia". 
Secondo gli ultimi dati dell'AIRE (Anagrafe Italiani Residenti Estero) sono almeno 330mila gli  under-40 che hanno lasciato l'Italia nel decennio scorso per lavorare in paesi stranieri. Nel solo 2010, più di 22mila si sono trasferiti in altro paese Ue e 2mila e 500 negli Usa. In termini relativi, circa il 2% dei laureati lavora all'estero. Naturalmente in questi dati non appare la fetta, consistente, di sommerso.  Più preoccupanti sono i dati di sondaggi condotti nel nostro Paese e forniti  da Demos &PI: il 66% dei giovani 25-35 anni ritiene che l'unica speranza per fare carriera sia di andare all'estero.
Davanti a questi dati diventano ancora più insignificanti e inconsistenti i timidi tentativi di ricette legislative di corto respiro come il DDL Gelmini sul rientro dei cervelli in fuga o, ancora più assurdi, le precedenti leggine dell'allora ministro Moratti e relative al 2002 e 2004. E' difficile che una politica come la nostra possa fare diversamente, vista la sua impreparazione e indifferenza ad un problema grave come questo.
Scrive Molica : " E' necessario considerare il brain drain italico sotto una luce per una volta diversa, provando a riconoscerne i possibili vantaggi di lungo periodo [...] Si tratta di considerare la fuga dei cervelli con un'ottica temporale di più ampio raggio: sicché, se nell'immediato essa equivale a un'indubitabile perdita per la nazione 'esportatrice', può successivamente tradursi in un importante volano al suo sviluppo economico ed umano. Come? Prima di tutto tenendo conto del fatto che i nostri 'expat' veicolano continuamente il capitale di conoscenze ed esperienze accumulate all'estero verso la madrepatria attraverso i legami con essa mantenuti (quelle che la sociologa Peggy Levitt chiama 'rimesse sociali'); in seconda battuta, perché questo stesso capitale potrebbe essere compiutamente messo al servizio del paese una volta fattovi ritorno". 
Ma questo è tutto ciò che sperano di fare i giovani che partono verso università europee e americane a fare master e dottorandi; oppure giovani laureati che sperano di farsi esperienze lavorative in paesi dell'Ue, con la speranza, poi, di avere un curriculum che possa suscitare l'interesse nella natia patria. Il fatto che rimangano a lavorare fuori dal loro Paese è perché quei curricula non interessano o perché non ci sono situazioni lavorative che rispondano alle loro esigenze. O forse, e ancora peggio, non vengono date loro le possibilità di mettere in pratica ciò che hanno imparato, perché il nostro è un Paese in cui non si spende un euro in ricerca e sviluppo. Il "ritorno" è nelle menti e nei cuori dei nostri giovani, ma la "necessità" frena il sentimento e preferiscono il dolore della lontananza allo squallore di aver studiato per niente e sentirsi inutili. Il loro ritorno è il desiderio delle famiglie, che hanno investito fortune per l'istruzione e, ironia della sorte, anche nella lontananza futura dei figli.
L'Italia per la sua cultura è un paese che dovrebbe attirare i cervelli di altri paesi, ma non riusciamo a capire come possa farlo, visto che non riesce a tenersi i suoi. Mandare giovani in giro per il mondo a farsi esperienza e usufruire, successivamente, delle loro capacità è una ricchezza che ogni nazione deve curare; oltre a creare le opportunità per attirare le giovani menti di altri paesi è un'occasione estremamente positiva per un confronto di culture diverse e saperi diversi, che arricchiscono ogni campo del sapere. L'Italia, in questo campo, non è molto lontana dai paesi in via di sviluppo. Da noi non valgono i meriti acquisiti con lo studio e l'esperienza, ma sono importanti le conoscenze, meglio se politiche; è determinante conoscere l'amico dell'amico o essere figli o amici di imprenditori, primari, ingegneri, rettori ecc. Il nostro valore non è la meritocrazia, ma la conoscenza di "qualcuno che...".
I nostri cervelli in fuga sanno benissimo quali sono le condizioni che troverebbero nel loro Paese e, se sono tali, come possono accettare di ritornarvi, magari rinunciando a lavori di prestigio, se non vengono loro offerte condizioni accettabili. Com'è possibile chiedere a giovani e famosi scienziati di tornare in Italia, dove non trovano un solo euro per fare ricerca, quando negli Usa non solo hanno laboratori a loro disposizione, ma gli vengono finanziate ogni tipo di ricerca?
Anche noi concordiamo con Amartya Sen...nel lungo periodo la fuga dei cervelli potrebbe risolversi in un beneficio...quando...forse...chissà quando..... rientreranno! Il problema è se ciò sarà di vantaggio alla generazione futura, visto che questa l'abbiamo persa. 
Sempre su I Mille, a cura di Simona Milio, leggevamo l'articolo, Perché in Italia si è "giovani" fino a 40 anni?, nel quale cerca di dare una spiegazione del perché nel nostro Paese, a differenza degli altri pesi dell'Ue, a 40 anni si è sempre giovani. Ne vogliamo trascrivere un breve passo, perché, in parte, risponde all'impossibilità attuale di vedere nella fuga di cervelli un futuro positivo, a meno che una politica seria non riporti di 15-20 anni indietro l'entrata nel mondo del lavoro e, in parte, sintetizza ciò che è il nostro pensiero sui giovani :
"La definizione di giovane non è più una fascia d'età ma uno status. Sei giovane perché non studi oppure sei disoccupato, e quindi non sei indipendente, e dunque vivi ancora nel 'nido', senza responsabilità od obblighi che invece definiscono lo status d'adulto. E' l'accesso agli studi ed al mercato del lavoro che rende un giovane adulto, che gli da gli strumenti per crescere, per partecipare alla società a cui appartiene. Il nostro governo e la nostra società hanno bisogno di adulti trentenni per rinnovare, per modernizzare, per innovare. La risorsa di un Paese risiede nell'energia, nella passione, nella speranza dei giovani che iniziano il loro percorso e che a 24 anni hanno diritto di cercare lavoro e di trovarlo, hanno diritto di essere indipendenti e di investire i prossimi vent'anni ad affermarsi nei loro rispettivi campi di attività, così che a 44 anni un adulto italiano possa immaginare di diventare Primo Ministro, senza che qualcuno gli dica....'sei troppo giovane'".
Il nostro è un Paese vecchio, dove un Presidente del Consiglio sessantenne è un giovanissimo e dove l'età media dei manager che contano si aggira intorno ai 70anni. Ma che politica dei giovani possono attuare questi dinosauri del potere? Il problema grave, purtroppo, è che se le nostre giovani eccellenze continueranno ad espatriare su chi potranno contare i giovani che rimarranno e che avranno il coraggio di detronizzare l'attuale geriatrica classe politica?

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