lunedì 8 ottobre 2012

Partecipazione: utopia o futuro?

Il presidente di Confindustria chiede di lavorare di più per aumentare la competitività; Marchionne chiede spesso che "Paese vogliamo", tanto d costruirci la pubblicità della nuova Panda; l'attuale governo si è fatto promotore di istanze ormai vecchie, di ridurre o annientare le tutele dei lavoratori; chi è ricco o guadagna fior di soldi, chiede ai lavoratori di fare sacrifici. Insomma, pare che l'arcano per risolvere la crisi sia concentrato a diminuire l' "equo compenso ai lavoratori per il lavoro svolto".
Nessuno o pochi (chi?) si chiedono se ci sono strade diverse da intraprendere oltre a strizzare inutilmente un asciugamano asciutto,  come chi lavora. La crisi imporrebbe anche una rivisitazione di come vengono gestite le aziende, ma non sembra che ciò sia prioritario, anzi, a nessuno interessa farlo.
Se si chiedono sacrifici o se si domanda che paese si vuole, sarebbe anche opportuno mettersi e mettere gli altri nelle condizioni di condividere e spartire sacrifici e benefici. Soprattutto, sarebbe necessario valutare forme di condivisione e partecipazione a progetti comuni...e perché no?...anche decidere insieme come farli. Uno degli elementi fondamentali per far fronte alla competizione internazionale è la qualità del prodotto o del servizio, oltre alla qualità della mano d'opera. A fronte di ciò vogliamo rivisitare un nostro vecchio post.
Per avere qualità è necessario che all'interno delle fabbriche sia assente il conflitto e che  sia massima la cooperazione, perché, come scrive Aris Accornero in Era il secolo del lavoro: "Quale azienda potrebbe mai promettere la qualità totale ai propri clienti, rinunciando impunemente all'intelligenza dei propri lavoratori. La qualità totale non rende possibile una nuova qualità del lavoro, ma rende necessarie nuove relazioni del lavoro". Ecco che lavoro vorremmo nel nostro Paese ideale: che nelle fabbriche ci fosse la "cooperazione intelligente".
Poco vale parlare di partecipazione, coinvolgimento, qualità totale, se la maggior flessibilità richiesta è la causa della perdita di lavoro. Le imprese devono tener conto che è difficile chiedere la qualità ad un lavoratore saltuario o a lavoratori che sentono la loro sicurezza minacciata invece che rafforzata; soprattutto, devono metabolizzare che una mano d'opera eccellente e partecipante è un investimento per il futuro. D'altronde e sempre chiedendo aiuto ad Accornero: "Chi obiettasse: come si fa a parlare di sicurezza e di stabilità del lavoro, in tempi di competizione globale, farebbe meglio a chiedersi: come si fa a parlare di qualità del lavoro con lo spauracchio del licenziamento?"
Si potrà discutere sul tipo di partecipazione più idonea, se collaborativa o partecipativa, ma non è oggetto del post, però è certo che non potrà, qualunque essa sia, fare a meno delle rappresentanze sindacali, non fosse altro che per la tutela dei meno istruiti e preparati in ambito amministrativo, commerciale e gestionale. Senza contare, come ci ricorda Sidney P.Rubistein, che il sindacato, con il management e il personale tecnico, costituisce uno dei poli istituzionali dell'impresa.
Già negli anni '30 del novecento se ne sentiva la necessità, tanto che Simone Weil , nella Condizione operaia, scriveva: " Per quanto riguarda le fabbriche, la questione che mi pongo, completamente indipendente dal regime politico, è quella di un passaggio progressivo dalla subordinazione totale ad una certa mescolanza di subordinazione e di collaborazione, l'ideale essendo la cooperazione pura". E oggi, Accornero sollecita a considerare l'impresa come una comunità non più basata sulla fedeltà e sulla deferenza, ma al bisogno di infondere e di esaltare il contenuto etico del lavoro. Ciò permetterebbe di rompere il dualismo tra "lavoratori di élite e lavoratori periferici" trasformandoli tutti in "lavoratori partecipanti".
Le imprese europee, soprattutto italiane, se vorranno affrontare la concorrenza internazionale, avendo costi del lavoro più elevati, dovranno ripensare la propria organizzazione in termini di partecipazione, perché, come scrive Tawney: "è ozioso attendersi che gli uomini diano il meglio di se stessi a un sistema in cui non hanno fiducia, o che abbiano fiducia in un sistema nel cui controllo non hanno alcuna parte".

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