lunedì 28 marzo 2011

MANGIARE MENO: la ricetta contro la povertà.

Secondo i dati Istat, a gennaio le vendite al dettaglio sono calate del 1,2 per cento rispetto allo stesso mese del 2010 (a ridosso di un anno di crisi terribile) e dello 0,3 per cento rispetto a dicembre. Su base mensile pesa soprattutto la performance del comparto alimentare (- 0,5 per cento): una riduzione così forte non si registrava da maggio 2010, in calo persino gli acquisti alimentari.



Le cose sono due, o gli italiani sono diventati ancor più risparmiatori o comprano meno perché non hanno soldi. Finché il problema è concentrato su prodotti non alimentari si può capire, perché si fa a meno di alcune cose per concentrarsi sugli acquisti essenziali, ma quando diminuisce la spesa sui generi alimentari è certo che il problema è la mancanza di soldi. Quando questi ultimi non sono sufficienti neppure per arrivare a fine mese e si deve risparmiare sul mangiare, allora il problema diventa grave. Da un iniziale disagio si potrebbe correre il rischio che possa diventare rabbia; e la rabbia, molto spesso, porta alla ribellione. 
Qualche tempo fa il nostro premier, in un'intervista televisiva, esortava gli italiani a consumare, una determinante per far crescere il mercato interno, ma com'è possibile acquistare di più o uguale se i soldi sono sempre meno o, addirittura, se escono dalle tasche con flusso costante e vi entrano con flusso alternato. 
Nella fabbrica in cui lavora chi scrive ci sono alcuni lavoratori del Bangladesh, ai quali veniva spiegato che era necessario, per legge, fare una pausa di mezz'ora entro le prime sei ore di lavoro: in pratica avrebbero lavorato 7 ore e mezza e gliene sarebbero state pagate 8 ore. Prima, tutti i lavoratori lavoravano 8 ore e gli venivano pagate 8 ore e mezza e ciò a seguito di un accordo interno fra i lavoratori. Questa modifica, oltre ad ottemperare ai termini di legge, permetteva l'assunzione di un operaio. Il giorno dopo, uno di questi lavoratori, quello più anziano e che ha una discreta posizione interna per le sue qualità tecniche, ci portò una busta chiusa e con molta gentilezza ci chiese se potevamo leggere la lettera che vi era all'interno, gradendo una risposta per renderla nota anche agli altri connazionali.
La lettera era composta da due fogli: nel primo aveva fatto un resoconto dettagliato delle sue spese mensili (dai pannolini per la bambina al mangiare); nel secondo  evidenziava le difficoltà che avrebbe incontrato se gli fossero stati tolti i 100 euro dalla busta paga, a causa del mancato pagamento della mezz'ora in più giornaliera. Inoltre spiegava, con parole molto semplici ma profonde, dell'imbarazzo a contestare una scelta che, pur se procurava un posto di lavoro in più, penalizzava oltre il limite la posizione di tanti. Naturalmente la questione è stata risolta subito e a nessuno è stato tolto niente, ma ci aveva molto colpito il resoconto mensile: unico stipendio, moglie e due figli e affitto da pagare. Ai limiti della decenza. 
Tutto questo ci ha riportato alla mente André Gorz in Metamorfosi del lavoro, il quale, a sostegno della sua tesi per cui il lavoro deve essere distribuito su tutti i lavoratori, con l'evidente riduzione pro capite di ore di lavoro, ma con il vantaggio che ognuno potrebbe dedicarsi di nuovo ai lavori domestici, lasciati al mercato, e al tempo libero e scrive: "in una situazione in cui il volume globale del lavoro economicamente necessario diminuisce, i privilegi dei lavoratori di élite hanno necessariamente come rovescio della medaglia l'esclusione crescente di una massa di disoccupati, di lavoratori saltuari e precari. Lavorare il più possibile, in queste condizioni, non significa rendere un servizio alla collettività, ma comportarsi come detentori di un privilegio che viene difeso contro la bramosia degli altri. La morale del lavoro si rovescia allora nel suo contrario: nell'egoismo del possidente". 
Il concetto dell'"egoismo del possidente", per paradosso, è applicabile a qualsiasi livello: se un barbone ha un giaciglio nascosto dentro una scatola di cartone e, magari , ha anche degli stracci di coperte per coprirsi e non vuole dividere una parte delle sue coperte con altri barboni, che dormono fra le colonne dei portici o a ridosso di vetrine e a cielo scoperto, fa parte di quella élite di barboni che hanno un "possesso" e lo difendono con tutte le forze. Quale egoismo si può intravedere nell'operaio del Bangladesh che difende il suo lavoro, che gli permette una vita ai limiti della decenza, pur rammaricandosi che ciò potrebbe impedire ad un'altra persona di trovare lavoro? Un'analisi molto razionale e fatta scrivendo davanti al computer o ad una macchina da scrivere, magari con un bicchiere di birra a fianco, ci dice lucidamente che se le stesse ore fossero divise fra due persone, si potrebbe raddoppiare il tasso di ocupazione. Ma se la stessa analisi fosse fatta sotto un ponte, con un freddo pungente, tanto da non avere la forza di battere sui tasti, forse e altrettanto lucidamente, si evidenzierebbe che poi lavorerebbero il doppio dei lavoratori e avremmo il doppio di poveri.
Dove si sono fatti i tentativi di riduzione delle ore di lavoro, per una maggiore distribuzione su più lavoratori, non ha portato ad un maggior tasso di occupazione: si veda il caso della Wolkswagen e le 35 ore in Francia. La tecnologia ha certamente ridotto la fatica nel lavoro, ma ha anche ridotto al quantità di mano d'opera necessaria; le fusioni di aziende, la facile nati-mortalità delle stesse, le delocalizzazioni, la finanza, che non ama la produzione ecc. hanno sempre più ridotto, specie in Occidente, il monte ore a disposizione dei lavoratori. Per cui non si può risolvere la mancanza di lavoro distribuendo le stesse ore in un  numero maggiore di lavoratori. In questo modo si creano solo più poveri. L'unica salvezza è nell'aumentare le ore di lavoro, magari utilizzando i lavoratori anche in opere di pubblica utilità, investendo sui giovani, facendo sistema fra le università, gli imprenditori e le istituzioni.  
Siamo anche noi consapevoli, come Gorz, che l'attuale processo economico "richiede sempre meno lavoro ma crea sempre maggiori ricchezze", ma è forse più utopico ritenere che "la riduzione della durata del lavoro non deve comportare la diminuzione del potere d'acquisto", che non la possibilità di aumentare le ore a disposizione: basti pensare al recupero delle opere d'arte, al recupero di ciò che è stato distrutto dall'inquinamento, al recupero di certe zone urbane dal degrado ecc. 
Che sia iniquo e da combattere l'accumulazione di ricchezze in una piccolissima percentuale di ricchi o che il lavoro "sicuro" vada sempre più concentrandosi su un terzo dei lavoratori di "élite" è indiscutibile, ma, al momento, è necessario lavorare affinché tutti abbiano la possibilità di mangiare e di avere una vita dignitosa, per poi concentrarsi a dare un assetto più giusto e consono all'intero sistema, ottemperando ad una felice massima di Gorz: "Ogni cittadino deve avere il diritto a un livello di vita normale; ma ognuno deve anche avere la possibilità (il diritto e il dovere) di fornire alla società l'equivalente in lavoro di ciò che consuma: il diritto, insomma, di 'guadagnarsi da vivere', il diritto di non dipendere, per la sua sussistenza, dalla buona volontà di chi detiene il potere di decisione in campo economico. L'unità indissolubile di diritto al reddito e diritto al lavoro è per ciascuno la base della cittadinanza".
Ma questa è un'altra storia, che non ci stancheremo mai di scrivere e denunciare.












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