sabato 28 maggio 2011

Signora Marcegaglia, ma di cosa stiamo parlando?

Secondo Emma Marcegaglia l'Italia ha perso dieci anni  in termini  di minore competitività e di mancata crescita e chiede che la politica si concentri sulle priorità della "stabilità dei conti pubblici" e della "crescita economica". Serve un programma di riforme strutturali: le liberalizzazioni e la riforma della pubblica amministrazione. L'Italia ha bisogno di "più mercato" ed è ancora in fase di attesa la legge sulla concorrenza, che doveva essere varata un anno fa. Inoltre suggerisce di utilizzare la leva fiscale, come potente incentivo per rilanciare lo sviluppo. Auspica un accordo condiviso sulla rappresentanza e sulla esigibilità dei contratti, in quanto "servono regole che, per la governabilità delle aziende e per la tutela stessa dei lavoratori, sanciscano che un accordo firmato dalla maggioranza vale per tutti".
Quindi chiede maggiore flessibilità, in quanto è necessario proteggere i lavoratori dalla perdita di reddito e non dalla perdita del posto di lavoro, ribadendo quanto sia necessario riprendere in mano le leggi sul lavoro. Infine, due parole sulla privatizzazione dell'acqua, per rimarcare quanto sia "fuorviante il messaggio contenuto nel referendum e cioé che "l'acqua come bene pubblico sarebbe in pericolo e andrebbe difeso da rapaci interessi privati. Al contrario, l'acqua è e resterà un bene pubblico, ciò che va privatizzato è la sua distribuzione".
Non riteniamo di avere un'acuta mente imprenditoriale, ma siamo certi che in un lampo tutta l'acqua diventerebbe "minerale", quindi soggetta ai costi di mercato e ai "giusti utili". Un bene primario come l'acqua deve essere gestito dal "pubblico", che non deve avere la necessità di produrre utili, ma di pareggiare i costi e accantonare per investimenti futuri. Un privato "deve fare utili"...questa è la sola logica dell'essere privato e, molto spesso, la fonte della rapacità. In un bene primario come l'acqua non deve esserci per nessuno la possibilità di poter sfruttare a proprio vantaggio la necessità degli altri.
La signora Marcegaglia si è posta sul pulpito ed ha sparato a destra e a manca, bocciando tutto dell'Italia, dimenticandosi due cose: per prima cosa che la Confindustria, con i suoi associati, non è esente da critiche e la seconda, ci dovrebbe spiegare  dove fossero fino a ieri. Il nostro premier è venuto alle vostre assemblee e le infinite menzogne e promesse non mantenute, condite con le sue solite battute da due soldi, le avete sentite anche voi. Fino a ieri era o non era la soluzione ai problemi del Paese? E se non lo era, perché non abbiamo sentito le vostre voci alzarsi contro? Noi ricordiamo gli attacchi da lei subiti dai giornali del Sultano e, onestamente, le abbiamo dato la nostra solidarietà, ma non era il caso che la Confindustria prendesse una decisa e forte posizione? Lei dice che la sinistra non è organizzata e coesa, ed in parte è anche vero, ma ci creda, con una mano si può fare molto di più che senza due mani! La destra, ormai da anni, non solo è senza le due mani, ma è anche senza gambe e testa.  Forse una vostra presa di posizione avrebbe generato due possibili scenari: o rinforzata la sinistra, consapevole di avere un certo riconoscimento e opportunità, oppure avrebbe smosso la destra ( impossibile!) e, per quanto poco,  qualcosa avrebbe fatto. Quindi, cara Signora, scenda dal pulpito e si assuma le sue responsabilità, insieme ai suoi colleghi imprenditori. Noi siamo certi che ci sono imprenditori illuminati e, ad onor del vero, anche interessati al lavoro e ai lavoratori, ma ce ne sono ancora troppi, per non dire la maggioranza, che dei lavoratori hanno una scarsa considerazione.
Veda, noi concordiamo su diversi punti da Lei sollevati e i nostri post lo testimoniano, su altri ci sono aspetti da discutere, ma su due punti dissentiamo totalmente da Lei e dagli associati della Confindustria: sulla privatizzazione dell'acqua e sulla flessibilità del lavoro. Sulla prima abbiamo già risposto e il nostro pensiero è irremovibile; circa la seconda, le rispondiamo con un passo scritto da André Gorz su Metamorfosi del lavoro,  con il quale non condividiamo molti aspetti, ma su quanto di seguito crediamo sintetizzi perfettamente non solo il nostro pensiero, ma mette in risalto ciò che è per noi il lavoro: "Ogni cittadino deve avere il diritto a un livello di vita normale; ma ognuno deve anche avere la possibilità (il diritto e il dovere) di fornire alla società l'equivalente in lavoro di ciò che consuma; il diritto, insomma, di 'guadagnarsi da vivere', il diritto di non dipendere, per la sua sussistenza, dalla buona volontà di chi detiene il potere di decisione in campo economico. L'unità indissolubile di diritto al reddito e diritto al lavoro è per ciascuno la base della cittadinanza". Ognuno deve sentirsi parte di un progetto e non è pensabile chiedere alle persone di rimanere in attesa di una chiamata; non è pensabile dire ad una donna e a un uomo, adesso vai  a casa e aspetta che si abbia nuovamente bisogno di te. Non è con un reddito fisso che si rendono le persone parte di una società, ma utilizzando le loro capacità, i loro sforzi, le loro menti e i loro entusiasmi al compimento di una società in cui tutti si sentano importanti, partecipi e parte integrante. Quello che un lavoratore, la vera parte sana del paese, chiede è lavoro e dignità. E cosa c'è di diverso da quello che chiede Lei per le imprese che rappresenta? 
In tutti questi anni, nei quali la destra, da voi sostenuta con forza, ha tranquillamente distrutto l'Italia, la parte sana del Paese non era certamente l'industria e gli industriali, ma i lavoratori, i giovani e le donne, che per un insana gestione politica hanno pagato con disoccupazione, esclusione dal mercato e livelli di povertà mai raggiunti prima. E fino a quando nelle vostre imprese non ritornerà centrale il lavoro e il  ruolo dei lavoratori, potrete firmare accordi parasindacali, alternare governi di destra, sinistra o derivati, ma non si potrà mai fortificare il lavoro e avere pace sociale. Lei converrà che quest'ultima è una componente essenziale sia per le aziende che per i mercati. Quale futuro può esserci se stiamo perdendo un'intera generazione di giovani e rischiamo di perdere anche la successiva? Come si può pensare a un domani dove le donne sono sempre più relegate ai margini del mercato del lavoro? Com'è possibile parlare di sviluppo e qualità quando il mercato sostituisce i posti di lavoro ad alta qualità e contenuto culturale con posti di scarsa qualità, basso salario e con la caratteristica predominante di essere "precari"? Quale futuro è mai pensabile se non si investe in ricerca e sviluppo, se non si valorizzano le nostre menti,  se l'informazione è un "parcheggio obbligato" anziché un'ipotesi di valorizzazione? Converrà, gentile signora, che la qualità non è legata all'età e all'esperienza, ma al grado di preparazione e alla passione nella ricerca, che sono conseguenza logica dell'investimento sui giovani. 
Il fatto che Lei dica che sarete pronti a battervi per l'Italia, anche fuori dalle imprese con energia, passione e coraggio non fa altro che testimoniare che anche la Confindustria è impantanata nel disastro compiuto dai governi di destra e che non può sentirsi estranea a quanto avvenuto. Ma questo potrebbe aprire anche scenari nuovi, perché un serio progetto del "lavoro per la persona" potrebbe far sperare in un futuro diverso, con attori diversi e strategie politiche diverse. Insomma, cara signora, ci vuole veramente coraggio per cambiare e allora alla sinistra, che sicuramente tornerà a governare, ricordiamo, come scriveva la Dominique Méda, che la "scelta dei principi secondo i quali saranno ripartite le ricchezze è l'atto più politico, quindi più antinaturale, più umano e più rischioso che ci sia"; e a lei e a Confindustria, chiediamo il coraggio di "ridare dignità e centralità al lavoro".















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