domenica 6 gennaio 2013

Se la mano è la finestra della mente...

Sarà poco elegante, ma mi sono proprio rotto le scatole di questa politica! Siamo invasi dalla presenza di Berlusconi, al quale manca solo di affacciarsi al balcone con il Papa...o forse no...forse lo farà Monti, che ha già stancato con il suo finto fair play...spero solo che non appaia con le braccia in alto, tenendo ben visibile il suo simbolo...quello che non voleva!  
Sono stanco di seguire le cellule di sinistra che non hanno fatto in tempo a tracciare un minimo tentativo di unione, che già Luciano Gallino e altri professori si sono defilati. E se parli o ti azzardi a commentare o esprimere le tue opinioni, ti rispondono con testi, frasi celebri, citando autori o con monologhi di alta cultura...molto spesso incomprensibile a noi poveri mortali. Rimango dell'opinione che farsi capire è l'elemento principale per farsi seguire...altrimenti rimarranno elitari di sinistra...o rivoluzionari senza seguito. Meno demagogia, meno ideologia e più senso pratico...ecco che serve! Poi, detto tra noi, non apprezzo che Ingroia non si dimetta come magistrato, perché trovo assurdo, per quanto lo ritenga onesto, che un domani possa tornare a farlo...(Scajola docet!). 
Mentre la politica è intenta a rifarsi il trucco...perché di questo si tratta, parliamo di cose serie, che non occupano le prime pagine, ma che sono il pane e il futuro delle persone.
La regione Emilia Romagna ha definito un accordo  con Louis Vuitton per la costruzione  di un nuovo impianto alle porte di Ferrara (216 dipendenti) per la produzione di scarpe di lusso, in cambio di una scuola di alta formazione professionale. Saranno utilizzati come maestri i lavoratori manuali delle imprese fallite, recuperando capacità artigianali che altrimenti andrebbero perse. Louis Vuitton ha già un'unità produttiva nella Riviera del Brenta ed ha già creato delle scuole interne all'azienda; ma il problema, molto grave, è che spesso i corsi di formazione  sono deserti e le classi vuote! Forse perché, come scrive Stefano Micelli nel suo libro, Futuro Artigiano,  per i giovani è un mestiere "che non parla la lingua della globalizzazione e che non promette le stesse chance che offrono i lavori intellettuali"? O forse perché in Italia non siamo capaci di valutare quale sia il capitale a nostra disposizione? Abbiamo una ricchezza enorme, in termini di mestiere, capacità ed arte, che se la sapessimo sfruttare, oltre che innovarla adeguatamente, potremmo veramente smettere di cercare il lavoro...ce lo potremmo creare direttamente. Ma tutto ciò implica una presa di coscienza e una consapevolezza che non sembra essere presente a nessun livello: governativo, regionale, provinciale, comunale e associativo. Invece di dedicarsi a distruggere diritti acquisiti dai lavoratori, i nostri governanti avrebbero dovuto pensare a costruire opportunità "nuove" di lavoro, investendo in capacità presenti nel dna del nostro Paese...magari riducendo l'assurdo e dannoso eccessivo rigore...tanto che i super burocrati del Fmi hanno dovuto fare ammenda per aver "sottostimato in modo significativo l'aumento della disoccupazione e la flessione dei consumi privati e degli investimenti associati al consolidamento fiscale". Hanno creato un grave danno...hanno creato disoccupazione e miseria...adesso le scuse servono poco...serve ridare certezze e investire nel futuro delle persone. Dobbiamo ricominciare e non c'è miglior sistema che sfruttare capacità esistenti, ma è necessario che in ogni ambito istituzionale ci si impegni a rivalorizzare l'artigianato. 
Se è vero, come dice Micelli, che il capitalismo industriale italiano ha acquisito nuove competenze manageriali è altrettanto vero che chi guida le imprese non ha, in generale, seguito i precetti della filosofia "finanziaria", tipica dei manager anglosassoni. Un precetto ancora forte è il rapporto lavoro-produzione "...rimane la passione per il fare, radicata in un mondo di mestieri e di pratiche che qualificano un'identità sociale". Le nostre imprese, piccole e medie soprattutto, non hanno rinnegato l'artigiano, semmai hanno unito le nuove competenze alle sue capacità: hanno rifiutato l'idea che l'artigiano sia privo di tecnologia e regressivo nella sua dimensione sociale. E questo dovrebbe anche essere il compito della scuola, delle istituzioni e delle associazioni di categoria. Ci ricorda Micellli che: "che una società che non riesce a promuovere una dimestichezza diffusa con il fare pratico è fragile, incerta nelle sue scelte, incapace di reggere il peso di decisioni importanti".
Nel nostro Paese ci sono piccole e medie imprese che sono il nostro fiore all'occhiello, che fanno onore al made in Italy e le loro capacità oltrepassano la crisi e l'assenza di politica. E' attraverso di loro che si potrà richiamare aziende straniere o portare nel mondo il nostro sapere, ma serve la consapevolezza di essere in possesso di tali capacità e, soprattutto, serve una politica meno urlata ed egoista, che sappia ritrovare lo spirito originario. Nessuno disconosce l'importanza delle grandi aziende, per la loro capacità in termini di assunzioni e investimenti, ma servono anche manager che sappiano parlare al di là dei soli azionisti, degli utili ad ogni costo e devono riacquisire lo scopo sociale delle imprese. Nelle officine artigiane, nelle piccole e medie imprese il lavoratore e l'ambiente sociale dove sono ubicate sono parte integrante...sono una comunità. Certo, sono piccole, fragili, non sanno cooperare e fare rete, ma in altri tempi è stata la loro fortuna...oggi meno...e domani dovranno farlo...ma dobbiamo farle ripartire!
Matthew Crawford, nel suo libro Il lavoro manuale come medicina dell'anima, scrive: "essere artigiano richiede l'attenzione che si presta in una conversazione più che l'asservità di chi è impegnato in una dimostrazione". Chissà che non si imparerebbe di nuovo a parlare dei problemi, a riflettere sulle soluzioni e a progettare il futuro. A parlare anziché urlare!
Se è vero, come ha scritto Kant, che "la mano è la finestra della mente", allora diventa un dovere imperativo di chi istruisce e governa ad insegnare e indirizzare le abilità artigianali con le competenze industriali; ad affiancare le capacità dei manager e dei tecnologi a quelle straordinarie dei tecnici e degli artigiani; soprattutto indirizzare i giovani a riscoprire un mondo con ampie prospettive di lavoro. Questo è il nostro immediato futuro!








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