domenica 20 gennaio 2013

Il ruolo sociale delle imprese

Parrebbe una parziale buona notizia, il fatto che nel 2013 la disoccupazione si stabilizzi sui livelli attuali pur non avendo un'inversione di tendenza, invece Bankitalia ci informa che non dobbiamo illuderci, perché nel 2014 la percentuale sarà del 12%. Inoltre, nel 2013, il Pil scenderà dell'1% anziché dello 0,2% come stimato precedentemente.
Naturalmente ci tiene a precisare che indispensabile "consolidare il riequilibrio dei conti pubblici" e su questo ne stia pur certa, perché per i governi sono più importanti delle persone. Sono talmente importanti che se il Pil diminuirà è sicuro che aumenteranno anche i disoccupati, in quanto i governi, specialmente i nostri,  non sono capaci di "intensificare lo sforzo di riforma volto a rilanciare la competitività e a innalzare il potenziale di crescita". L'unica cosa che sanno fare è creare tasse  e stare inermi a veder soffrire chi lavora. Tra l'altro, l'unica competitività che conoscono, molto cara anche a Sergio Marchionne, è aumentare il lavoro per ora, pagando meno...perché così chiede la globalizzazione. Urge la necessità di livellare i diritti dei lavoratori, per diventare competitivi con quei paesi nei quali la parola "diritto" non è scritta neppure nel vocabolario. Quindi livellare in basso è una priorità...un'esigenza! Una volta si combatteva per innalzare certi livelli, magari facendo pressione su quei paesi nei quali l'unico diritto del lavoratore era lavorare tanto, prendere poco e non chiedere niente. 
Sappiamo già che fino al 2014,  se tutto va bene, la disoccupazione potrà solo aumentare e Marchionne  si irrita se qualcuno (politici in particolare) si permette di storcere il naso o di imprecare pure per la richiesta di due anni di Cig per ristutturare Melfi. In fondo lui non "fa panini"...(un'altra volta disse borse)...ma auto! Si spera veramente che sappia farle bene come i nostri produttori di borse, che sono famosi in tutto il mondo e vendono molto, anzi, moltissimo.
Certo, un impianto di produzione auto va smantellato e cambiato interamente, richiede tempo ed è necessario sostenere i lavoratori in questo periodo di attesa, ma ciò che il grande amministratore di Fiat deve cominciare  a capire è che i lavoratori non sono utensili, che in fase di inutilizzo si mettono nel cassetto. Quando dichiara che nel giro di tre o quattro anni gli impianti italiani saranno a pieno regime e che riassorbiranno tutti i lavoratori...quei lavoratori attenderanno...si creeranno una speranza...pur sapendo, però, che già una volta, con Fabbrica Italia, ai proclami sono seguite smentite, poi rivisitazioni di ciò che era stato detto e di nuovo smentite...fino alla chiusura del progetto.
La cassa integrazione o qualunque sostegno nei periodi di difficoltà sono solo medicine, certamente utili, ma per guarire è necessaria la volontà di voler stare bene...e il lavoro è questa volontà! Il lavoro è sentirsi parte di qualcosa...di esserci...di contare!
Quando dichiara che non esiste più la Fiat che conoscevamo non dice niente di nuovo e non ha scoperto l'acqua santa...l'abbiamo notato anche noi! Sarà per l'età e l'affetto ma chi ha amato le seicento, le cinquecento e le millecento, avrebbe desiderio di rivedere il marchio Fiat a grandi livelli e ben vengano i segmenti più alti con i marchi premium, ma è difficile pensare che tutto ciò sia possibile se non si coinvolgono le maestranze in un progetto "partecipato"! Difficile raggiungere un così ambizioso traguardo se l'unica competitività richiesta è l'unità di tempo a svolgere un lavoro e non pure il valore aggiunto al prodotto  e se la qualità è solo una sequenza di procedure e istruzioni operative anziché una filosofia di lavoro aziendale condiviso. Quindi, dovrebbe spiegare Marchionne come sarà possibile raggiungere certi traguardi e come sarà possibile chiedere qualità e dedizione a chi vive il suo futuro nell'incertezza di averlo. Come si fa a chiedere qualità e interesse al prodotto se si vive il periodo di lavoro con il senso di precarietà e, soprattutto, come sarà possibile avere un prodotto di fascia alta se non si hanno operai qualificati, fidelizzati e sensibilizzati al miglioramento continuo, necessario per competere sul mercato globale.
Se la finanza non tornerà subalterna all'economia reale e se gli "utili ad ogni costo" continueranno ad essere gli unici comandamenti che guidano l'operato dei manager, difficilmente di potrà parlare di industria. L'obiettivo non devono e non possono essere sempre gli "alti dividendi", perché la crisi non la possono sopportare o subire solo i lavoratori ma anche gli investitori.  Sarà per una cronica diffidenza verso i manager, ma è difficile trovarne legati o affezionati all'azienda, salvo che non si individui in essa i bonus o le stock options...soprattutto prelevare per se stessi anche a discapito dell'impresa, che guadagni  o meno. 
E' necessario, soprattutto, recuperare anche il ruolo sociale delle imprese, anche se ciò parrebbe riportarci indietro nel tempo, quando l'orgoglio di una buona impresa pervadeva il tessuto sociale circostante: Olivetti docet! Recuperare un po' di quello spirito che fortunatamente si riscontra ancora in certe aziende artigiane, in molte micro, piccole e medie imprese, che sono il nostro orgoglio anche a livello internazionale.
In queste aziende l'importanza della qualità dei lavoratori è ancora importante, è una componente fondamentale...tanto da essere una dannazione per gli imprenditori, quando non riescono a pagarli! Forse, e chissà quanti non condivideranno, è in questo mondo, negli artigiani, micro, piccole e medie imprese che i sindacati dovrebbero rivedere la loro posizione, perché sono realtà con esigenze, strutture, ambizioni e prospettive diverse: gestire dal centro è impossibile e serve una specifica preparazione per calarsi nelle molteplici realtà. Non ultimo, ma non per importanza, la sinistra non è mai riuscita a dialogare con questo mondo importante, creativo, operoso e determinante...concentrarsi solo sulla grande impresa non solo è un errore strategico, ma indica che non ha ancora metabolizzato che l'ossatura portante del nostro Paese è data da queste migliaia di imprese che sono state, e sono tutt'ora, gli ammortizzatori dei periodi di crisi e bacini importanti nelle crisi di lavoro e occupazione. Senza considerare la qualità espressa, che rimane un tabù per i politicanti.
Per quanto possa sembrare una forzatura, una grande impresa ha necessità di grandi lavoratori; è l'intrecciarsi dei diritti  e dei doveri di un lavoratore con quelli dell'imprenditore che fanno grande l'impresa...se uno solo di questi prevarica gli altri...non solo si va poco avanti, ma il conflitto è garantito!



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