venerdì 4 maggio 2012

A proposito di artigianato e piccola industria

Il primo maggio, con il post L'artigianato è il futuro!, si sosteneva che l'accelerazione sulla creazione di posti di lavoro sarebbe facilitata se si investisse sull'artigianato e la piccola industria, sfruttando le nostre naturali capacità e peculiarità.
Oggi, Fondazione-impresa , pubblica alcuni dati importanti:
nell'ultimo anno le imprese fino a 15 addetti hanno assunto il 59,2% dei giovani occupati ( 6 su 10 giovani!), ma è entrando nel dettaglio che si capiscono meglio alcuni aspetti, per cui riportiamo i dati pubblicati nell'articolo:




  • oltre 463mila giovani (15-34 anni) hanno trovato un'occupazione nel corso dell'ultimo anno;
  • il 59,2% del numero dei posti di lavoro ( 274mila) sono stati messi a disposizione dalle piccolissime imprese fino a 15 addetti; le sole microimprese ( meno di 10 addetti) hanno assunto il 47,2%  dei giovani ( 218mila su 463mila);
  • le grandi imprese ( più di 250 addetti) hanno attratto appena il 5,5% ( 25mila giovani) e la percentuale sale al 19,2% se ci consideriamo anche le assunzioni delle medie imprese (oltre i 50 addetti): meno di 1 giovane su 5;
  • è la piccola impresa che crea maggiori posti di lavoro in tutte le ripartizioni geografiche;
  • nelle piccole imprese (15 addetti) il 10,9% dei dipendenti giovani complessivamente impiegati è rappresentato da neoassunti ( nelle grandi aziende è il 5,5%);
  • le piccole imprese hanno una particolare attenzione alle donne: il 47,6% delle nuove assunzioni di giovani è rappresentato da donne (la media generale è del 45,3%).
L'artigianato e la piccola industria non sono l'unica strada da perseguire, ma è la più facile e la più veloce: fanno parte del Dna del nostro Paese. Sarebbe un sacrilegio non riconoscere il valore di molte medie imprese o di fantastiche grandi aziende, come la Luxottica, che fanno grande l'Italia nel mondo. Ma le grandi imprese hanno necessità di un entro terra fatto di artigiani e microaziende, altamente specializzate, così da coordinare le tante abilità in progetti di grande spessore,  non solo per rispondere alle sollecitazioni del mercato, ma per imporsi su di esso. 
Le nostre "multinazionali tascabili" si sono presentate sul mercato con l'innovazione, la qualità, la tecnologia e la creatività, evitando settori nei quali l'elemento trainante è solo il prezzo. Eppure "utilizzano" ampiamente il saper fare degli  artigiani e delle piccole imprese.
Qualche giorno fa, tanto per fare un esempio, chi scrive ha visitato per lavoro una ditta costruttrice di macchine per il confezionamento e la paletizzazione delle scatole da imballo in automatico. Tutte le linee in fase di montaggio erano destinate a paesi stranieri (Brasile, Germania, Francia, Usa, Olanda, Canada ecc) ed ognuna doveva rispondere ad esigenze "personalizzate". Una di queste linee presentava una difficoltà particolare per il caricamento automatico del prodotto dentro  la scatola e in precedenza il cliente si era rivolto inutilmente ad altri produttori. La ditta di Bologna ha chiesto ad un artigiano locale di trovargli una soluzione. Quindi ha brevettato il sistema, coinvolgendo l'artigiano, e adesso applica tale sistema su tutte le sue macchine. La ditta di cui parliamo ha 80 dipendenti e più del doppio fra artigiani e microimprese che lavorano costantemente a produrre particolari. Non solo. Ognuno di loro si attiva a migliorare continuamente la parte di lavoro in appalto e, in caso di brevettabilità dello stesso, diventano soci del brevetto. Le loro macchine sono fra le più costose sul mercato, ma la loro qualità è indiscutibile e chi vuol risolvere determinati problemi di produzione deve ricorrere necessariamente al nostro made in Italy.
Esempi come questi ce ne sono tantissimi e anche nelle dimensioni micro, ma serve che la politica, scusate, che i "tecnici, supplenti della politica" li facciano diventare un'infinità.

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