sabato 19 maggio 2012

Largo ai giovani: ma come?

Il nostro è un Paese vecchio! Inutile tentare analisi che cerchino di capire o giustificare questo pessimo primato italiano, il più elevato in Europa, con la sua più vecchia classe dirigente: nelle banche, nei rappresentanti di governo e nelle scuole di ogni grado. Si salvano a mala pena le imprese private. Il rischio, come rileva un report di  Coldiretti, è che l'età avanzata porrebbe minore attenzione alle nuove tecnologie, per non parlare del rischio ad affrontare la crisi che ci attanaglia, utilizzando vecchie e scarse idee.

Addirittura un giovane delegato della Coldiretto, Vittorio Sangiorgio, evidenzia che: "La maggioranza della classe dirigente attuale - ha ironizzato - andrà in pensione prima che la crisi sia superata e questo tenendo anche conto della riforma del ministro del lavoro, Elsa Fornero. La disoccupazione giovanile record - ha concluso - non è solo un problema familiare e sociale, ma provoca anche un invecchiamento della classe dirigente che deve affrontare la crisi con un'Italia che sta rinunciando a risorse fondamentali per la crescita".
Assolutamente niente da eccepire alle parole del giovane delegato, perché si condivide la tesi che non vi  potrà mai essere crescita se la parte vitale, creativa e giovanile del Paese è esclusa dal lavoro. Niente da eccepire sul fatto che sarebbe intelligente, come nel calcio, che ad una certa età si dia spazio ai giovani e, magari, diventare allenatori, sempre che sussistano le qualità per farlo.
Chi scrive non conosce, se non per aver letto, gli ambiti lavorativi con maggiore anzianità e evidenziati dall'articolo apparso su Repubblica, ma conosce abbastanza bene l'impresa privata e, almeno in questo settore, fondamentalmente i motivi sono diversi, specialmente nelle piccole e medie imprese. Le difficoltà maggiori, in queste ultime, nascono piuttosto dall'enorme distacco con il mondo universitario e dalle limitate possibilità delle stesse aziende di avere un nuovo "giocatore" e di trasformare il vecchio in "allenatore", specie in questo momento di crisi, senza considerare l'allungamento dell'età pensionabile, che non aiuta certo l'inserimento dei primi. E' proprio questo distacco uno degli ostacoli maggiori a far si che l'esperienza, spesso troppo invadente, contrasti con la conoscenza, spesso ritenuta arrogante. E' proprio la mancanza di un preliminare incontro che fa cozzare mondi distanti di concepire il "saper fare": da una parte l'esperienza di lavoro e dall'altra la conoscenza acquisita. Da una parte la certezza del "è sempre stato fatto così" e dall'altra l'incertezza "del nuovo che rivoluziona". 
Nelle imprese private, specie di piccole dimensioni, è difficile che non venga premiato il merito, anche perché l'imprenditore vuole e deve guadagnare, per poter investire di nuovo, per cui sarebbe folle se valorizzasse gli incapaci; ma, specie nei momenti di crisi, preferisce la continuità dell'esperienza che, tutto sommato, lo fa guadagnare o, al limite, sopravvivere, all'incertezza in capacità tecniche giovanili ed esuberanti, ma sulle quali non ha i mezzi e le capacità di valutare quali potrebbero essere i risultati nell'immediato futuro.
L'argomento meriterebbe un'analisi più attenta, con intere pagine di approfondimento, ma è interessante evidenziare due punti:
- innanzi tutto si dovrebbe trovare un sistema di facilitazione fiscale per le aziende che, avendo intenzione di ringiovanire i ranghi, tenessero gli ultimi 4/5 anni il vecchio responsabile come tutor (allenatore), inizialmente, per poi, progressivamente e ad esperienza travasata, diventare collaboratore del più giovane, quindi uscire di scena a pensione raggiunta.
- Trovare, attraverso l'associazione della piccola e media industria, forme di avvicinamento degli studenti universitari al mondo delle micro, piccole e medie imprese, non solo attraverso stage individuali, ma anche come "forme di studio". Si veda il lavoro fatto svolgere dal prof. Stefano Micelli, docente di Economia all'Università Ca' Foscari e autore di un saggio eccellente, Futuro artigiano, che ha mandato i suoi studenti a capire e studiare realtà locali. Formare gruppi di lavoro, per specializzazione, con il compito di ristrutturare, secondo la loro conoscenza, realtà operanti. Certo, ciò prevede due cose: disponibilità da parte dell'imprenditore, che si troverebbe, comunque, a operare con giovani interessati e, perché no, disponibili, in futuro, ad essere contattati ed eventualmente assunti; inoltre dei vantaggi alle aziende che si rendessero disponibili a fare formazione e, qualora lo studio recasse un vantaggio all'azienda stessa, devolvere un premio ai giovani stagisti.
E' solo attraverso lo stretto rapporto fra il mondo universitario e quello aziendale che si generano rapporti di "rigenerazione utile"; è solo in questo modo che si ottiene l'osmosi tecnica e tecnologica. Non esistono molte altre alternative. In caso contrario non è difficile sentire un piccolo imprenditore ritenere i "giovani d'oggi" bravi solo a "non sporcarsi le mani" e a fare solo lavori d'ufficio, quasi che le "mani sporche" siano sinonimo di "lavorare".
Un giorno, durante un'assemblea della Pmi, un piccolo imprenditore, titolare di un'ottima impresa e con appena la terza media, raccontava che quando faceva il colloquio con un giovane laureato, dopo avergli spiegato il lavoro che avrebbe dovuto svolgere e tanto per ricordargli che l'esperienza vale più di un titolo di studio, gli declamava sempre una frase di Dante Alighieri: "Non fa scienza lo ritener d'aver inteso". 

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