domenica 4 marzo 2012

Il lavoro per la persona: un'utopia?

In ottemperanza alla direttiva comunitaria 93/104 (art.13) in cui si esorta a mettere in pratica il "principio generale dell'adeguamento del lavoro all'essere umano", esistono le basi per un grande progetto futuro dove il lavoro per la persona non sia un'utopia?
Sul retro di copertina di S.Precario lavora per noi, di Aris Accornero, si legge:"La flessibilità è una necessità che può diventare un'opportunità". 
Alla luce di quanto abbiano visto e di come stiamo vivendo, è indubbiamente una "necessità" delle imprese che, a seguito delle crisi energetica degli anni'70 del secolo scorso, hanno deciso di riappropriarsi del lavoro, riducendo la forza sindacale e operaia, delocalizzando, facendo smagrimenti di personale e, soprattutto, acquisendo una notevole forza contrattuale verso gli Stati, imponendo il lavoro flessibile a condizioni contrattuali assurde, e tutto ciò ha portato le imprese a quel che Luciano Gallino ritiene: "l'ideale di utilizzare la forza lavoro pressapoco nel modo in cui utilizzano l'energia elettrica".
I lavoratori si sono dovuti adeguare a questi mutamenti, non potendo più contare su una forza sindacale forte, com'era nel '900; e anche a conseguenza del fatto che i Governi, pur di mantenere (cosa non riuscita) i posti di lavoro, non solo hanno offerto alle imprese vantaggi fiscali e retributivi alle assunzioni, ma anche una variegata tipologia  di contratti atipici. E tutto ciò in assenza di un progetto o uno studio che valutasse l'entità della flessibilità necessaria e/o se fosse in qualche modo un'esigenza momentanea o una nuova e definitiva tipologia di lavoro.
Per poter dire "che può diventare un'opportunità", certo, la strada da fare è ancora molta!
Quando si parla di opportunità, quasi sempre, ci riferisce alle aziende flessibili, tecnologicamente avanzate, in cui è previsto l'utilizzo di mano d'opera specializzata, sempre istruita, ben pagata e fidelizzata, in pratica i core workers; ma non dobbiamo dimenticare che accanto a questa fascia di lavoratori, sempre più vicina ad un terzo del totale, come ricorda Zygmunt Bauman, ci sono i quasi due terzi di lavoratori, i peripheral workers, i giovani Neet, le donne sempre più marginalizzate sul mercato del lavoro; evidenziando, per altro, la bassa  qualifica presistente in settori produttivi pre-moderni, in cui predominano i lavori temporanei a bassi stipendi, rendendo sempre più evidente e marcata la dualizzazione del mercato del lavoro. E a fronte di tutto ciò non è possibile non constatare che alle condizioni attuali il lavoro flessibile sia fonte di precarietà. Soprattutto, quanto ci sia di vero nell'etimo di precario  espresso da Gallino:"qualcosa che si può fare solamente in base ad una autorizzazione revocabile, poiché è stato ottenuto non già per diritto, bensì tramite una preghiera". In particolare, quanto si sia distanti da ciò che scriveva André Gorz: "Ogni cittadino deve avere il diritto a un livello di vita normale; ma ognuno deve anche avere la possibilità (il diritto dovere) di fornire alla società l'equivalente in lavoro di ciò che consuma: il diritto insomma di 'guadagnarsi da vivere', il diritto di non dipendere, per la sua assistenza, dalla buona volontà di chi detiene il potere di decisione in campo economico. L'unità indissolubile di diritto al reddito e diritto al lavoro è per ciascuno la base della cittadinanza".
Quando una parte di letteratura sostiene che da parte degli imprenditori c'è una sempre maggiore richiesta di partecipazione, è vero solo in parte, in quanto, di solito, ci si riferisce sempre ai core workers, perché sarebbe improponibile chiedere partecipazione e qualità ad un lavoratore che sa di lavorare solo qualche mese o qualche giorno; inoltre, ed è doveroso rimarcarlo, ci si rivolge a certi settori produttivi e di servizi ad elevata tecnologia e a certi strati professionali dei lavoratori. Si pensi allo stesso sistema di Qualità Totale, che avuto sì il merito di introdurre il concetto di qualità, senza, però, riuscire a raggiungere l'obiettivo di un reale coinvolgimento dei lavoratori, tanto che in questi ultimi anni (si legga Baglioni G. in Democrazia impossibile?) si sono messe in discussione molte delle virtù attribuite alla qualità totale, arrivando, addirittura a pensarne il superamento. In Italia, tale sistema, sembra essere stato utilizzato solo per dire al lavoratore di tenere la testa alta per risolvere le inefficienze, perché ciò va a vantaggio dell'impresa, più che per recuperare "lo spreco di intelligenza nel lavoro", come sostiene Accornero.
Le aziende, per quanto facciano la voce grossa, in futuro saranno obbligate a investire sui lavoratori, se vorranno rispondere ad un mercato sempre più difficile. Dovranno coinvolgere tutte le maestranze, ad ogni livello, con le quali prendere le decisioni, scegliere le strategie aziendali, decidere le modalità produttive.
Il percorso verso la meta del lavoro per la persona è ancora molto lungo e, nel frattempo, sono necessari interventi urgenti, come la creazione di nuovi posti di lavoro, senza i quali non c'è salvezza. A tal fine, è necessario investire sui giovani e sulle donne, anziché dare agevolazioni fiscali o retributive agli imprenditori per agevolare le assunzioni, perché di flessibilità ce n'è anche troppa. Potrebbe anche succedere che la produzione snella, per la troppa flessibilità, corra lo stesso rischio  della produzione di massa per la troppa rigidità.
Bisogna finanziare nuove attività, creando un sistema di tutele anche per questi futuri micro imprenditori che creeranno posti di lavoro. E' necessario ridisegnare il sistema delle tutele; riscrivere un diritto del lavoro che tenga conto dei tempi di lavoro e di non lavoro; rivedere  ma potenziare un welfare state degno di tale nome, in cui il "diritto di proprietà sociale", proposto da Castel, sia pari al diritto di proprietà privata, contrapponendosi a ciò che asseriscono illustri personaggi, come Marchionne e Draghi; difendere lo status professionale del lavoratore dalla discontinuità dell'impiego, e Alain Supiot propone "i diritti di prelievo sociale"; che nasca un movimento sociale internazionale, tanto caldeggiato da Pierre Bourdieu, che abbia la forza di mobilitare così tali forze da far intervenire tutte le istituzioni internazionali e nazionali affinché non ci siano più sacche di sfruttamento, cosicché il lavoro diventi un diritto reale. Soprattutto, non ci devono più essere paesi "franchi" che, a causa della povertà, accettino di offrire forza lavoro a pochissimo valore e a condizioni lavorative indegne. Il lavoro per la persona dovrà essere una tappa obbligatoria per le aziende, soprattutto nel loro interesse. L'incertezza, la sfiducia, e la mancanza di stabilità, nel lungo tempo, provocano disagio sociale che sfocerà, prima o poi, in violenza e il mercato ne risentirebbe sicuramente.
Il problema non è liberare l'uomo dal lavoro, come molti pensatori sostengono, così che possa dedicarsi ad attività politiche o alla vita sociale, dedicandosi di più alle cose dello spirito, ritenendo che il lavoro non assicuri più i legami sociali, Nel '900 non si poteva certo asserire che mancasse il senso di appartenenza, che non ci fosse un forte senso di solidarietà e, soprattutto, che mancassero forti legami sociali. Questi ultimi saltano se c'è disperazione o se il tempo della vita è trascorso fra la disperazione della perdita del lavoro e la tragedia di trovarne un altro. Ma se la vita è garantita dal lavoro, da un degno welfare state, da una politica e da un diritto del lavoro che lo indirizzano verso l'uomo, non si vede perché un lavoratore felice non debba essere solidale o non sia interessato alla vita sociale o non partecipi politicamente alla gestione della polis. Quello che è importante è che con il lavoro si possano tentare di realizzare progetti di vita desiderati. La disperazione dei precari non è pari a quei lavoratori del secolo scorso, che pur lavorando in ambienti decisamente più pericolosi ed insani, con ritmi forsennati e con una considerazione inesistente si sentivano, comunque, parte di qualcosa. Il precario è parte di niente.
Pur nella consapevolezza che comunque ci saranno sempre lavori migliori di altri, che l'istruzione darà sempre più vantaggi in termini di qualità del lavoro, che le qualità personali non sono tutte uguali, ma se anche ai meno fortunati viene dato il diritto di lavorare, di essere parte di qualcosa, di avere una propria dignità e, soprattutto, di farsi un futuro, ciò non sarà visto come un'ingiustizia. Questa nasce dal fatto di non avere i mezzi per studiare e non dal non aver voglia di studiare. E ciò dovrà essere l'arduo compito della scuola, che dovrà insegnare ai giovani l'importanza dello studio e sensibilizzarli alla necessità del "sapere", non fosse altro che per l'importanza dell'istruzione al fine di "migliorare", come scrive Bauman, "il mondo in cui viviamo". E' attraverso l'istruzione che si prende coscienza dei doveri e dei diritti; che si pensa all'Altro, compreso il nostro "vicino globale", come parte di noi; che si dovranno studiare nuove strade nei rapporti di lavoro; che si potranno formare anche nuovi microimprenditori , sensibilizzati all'importanza di rapporti paritari con la forza lavoro. Tutto questo non può essere lasciato al libero mercato, ma dovrà essere l'impegno della scuola, dell'università e degli studiosi delle scienze sociali.  La sociologia in generale e quella del lavoro in particolare dovranno trovare nuovi sbocchi, nuove strade. Soprattutto, dovranno trovare un nuovo modo di affascinare i giovani, di richiamare la loro attenzione per nuovi progetti di vita e di lavoro.
La scuola, la politica, il diritto e il nuovo e agognato movimento sociale internazionale dovranno avere il compito futuro di permettere, come scrive Florida, ad ogni lavoratore di "portare al lavoro se stessi".
Certo, c'è molto da lavorare, ma "dopo tutto l'utopia", come disse una volta Victor Hugo, "è la verità di domani".

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