giovedì 17 novembre 2011

Il diritto all'equità e alla giustizia sociale

Nel suo discorso al Senato, il neo presidente del Consiglio, Mario Monti, ha detto che maggiore è l'equità e più accettabili saranno i provvedimenti, valutando quali conseguenze avranno sulle componenti della società, come i giovani e le donne.
Ribadisce simili concetti il ministro del welfare, Elsa Fornero, a "Radio anch'io", quando asserisce che risanamento e crescita  dovranno essere accompagnate da coesione sociale ed equità.
Non abbiamo esultato o applaudito all'insediamento del nuovo governo, perchè lo riteniamo un fallimento della politica (specie di una certa politica!), ma neanche gridiamo allo scandalo.
Semplicemente prendiamo atto della necessità di tentare di salvare il Paese, consapevoli che ciò richiederà sacrifici anche a chi già li fa da tempo e che a forza di chiedergli di tirare la cinghia hanno terminato i buchi per stringerla. Con tutto ciò, però, stiamo molto attenti alla messa in atto dell'equità e, soprattutto, seguiremo con molta attenzione le politiche che saranno messe in opera e valuteremo attentamente se, come al solito, si vuole risolvere i problemi risparmiando e tagliando dal lato del lavoro e dei lavoratori e facendo poco dal lato delle imprese, della finanza e delle ricchezze in generale. Valuteremo quali mezzi saranno messi in atto per contrastare il lavoro nero, la corruzione, l'economia illegale e, elemento di non poco conto, quali saranno le misure per dare un taglio serio ai costi della politica. Seguiremo con attenzione se l'equità imporrà al nuovo governo di tassare le grandi ricchezze. Per la Cgil, un'imposta per i patrimoni oltre gli 800 mila euro permetterebbe di recuperare 18 miliardi di euro l'anno. Certo, ben poca cosa rispetto ai 250 miliardi di euro di evasione del 2008 (dati Istat) e pari al 16% del Pil. Se consideriamo che ad agosto il gettito messo a punto dal precedente esecutivo era di 54 miliardi, si evince che con un certo impegno, anche se parziale, si potrebbe far fronte ai nostri  impegni recuperando ciò che altri hanno sempre rubato e non certo concedendo loro il favore di una sanatoria,  pagando una minima percentuale. Siamo convinti che un ottimo sistema per scovare gli evasori sarebbe la salutare minaccia di far pagare il doppio del dovuto, nel caso fossero scoperti. Questi signori non si rendono conto, ossia, non gli interessa che  in Italia, il Paese in cui loro vivono e rubano, metà delle famiglie arriva appena a fine mese: che il 15% dei nuclei familiari è in maggiore difficoltà ogni mese e deve intacccare i propri risparmi per sopravvivere e che il 6,1% chiede aiuti e prestiti. Soprattutto nove famiglie su dieci  si trovano in condizioni di "dedolezza economica"; una su quattro non è in grado di affrontare spese impreviste ( Ania-Consumatori e Università di Milano).
Quando leggiamo che una famosa casa farmaceutica fiorentina ha truffato lo Stato per centinaia di miliardi di euro e poi leggiamo i dati di Save the Children, in Atlante dell'Infanzia, dove si denuncia la crescita, negli utlimi anni, delle famiglie a basso reddito con un minore dell'1,8% e quella di chi ha due minori  o più figli del 5,7%; dove su 10 milioni e 229mila bambini circa 1.876.000 vivono in povertà e il 18,6% in condizioni di deprivazione materiale, allora consideriamo questi signori dei criminali. Un governo che abbia a cuore l'equità e la giustizia sociale non può, moralmente ed eticamente, non ingaggiare una battaglia violenta e costante per stanare queste talpe che corrodono il terreno del bene pubblico. Che c'entrano i bambini con i crimini dei grandi? 
Chi scrive è convinto assertore che il welfare sia un diritto di proprietà sociale, al pari del diritto di proprietà privata, e non è possibile non concordare con Paul Krugman, premio Nobel per l'Economia nel 2008, quando smonta la "favola dell'enorme spesa pubblica per il welfare state": " [...] Le nazioni che ora sono in crisi non hanno un welfare più grande rispetto a quei paesi che invece stanno andando bene. La Svezia, con i suoi famosissimi benefici sociali, è una grande performer, ovvero uno dei pochi paesi il cui Pil è ora più alto rispetto a quanto era prima della crisi. Nel frattempo, prima della crisi, la spesa sociale - spesa sui programmi di welfare - era stata inferiore rispetto al reddito nazionale, in tutte le nazioni ora in difficoltà, rispetto alla Germania, per non parlare della Svezia" (vi consigliamo la lettura dello stralcio di intevista pubblicata da Valerio Spositi su Qualcosa di Sinistra).
Equità e giustizia sociale sono possibili solo se chi amministra è dotato di cieca fede nel bene pubblico e se gli amministrati hanno la possibilità di cacciare chi mal governa. In caso contrario sono solo parole!

2 commenti:

  1. Caro Idelbo,
    come al solito condivido la sua analisi.
    Mi permetto solo un'osservazione scherzosa:spero che chi amministra abbia sì fede nel bene pubblico ma che questa fede non sia cieca ma che anzi ci veda benissimo.

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  2. Caro professore, mi dispiace di risponderle in ritardo...concordo che ci debba vedere benissimo!

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