domenica 6 novembre 2011

Etica del lavoro o etica della vita?

Ogni tanto ci piace ripercorrere il pensiero su lavoro e d'intorni dei grandi maestri, come Zygmunt Bauman, verificarne la tragica attualità e dare un modesto suggerimento a leggere libri di elevato valore. L'intento, volutamente non velato, è quello di dire ai giovani, e anche ai meno giovani, come dovrebbe essere strutturata una società in cui dovrebbe regnare la giustizia sociale.
L'intero post non è assolutamente opera nostra, anche se non virgoletteremo le parole dell'autore, e qualora vi fossero anche nostre considerazioni, sono derivate dal suo pensiero, per cui sono solo opera sua, assumendoci la responsabilità di eventuali cattive interpretazioni non ascrivibili all'autore. La parte di testo che andiamo a saccheggiare e sintetizzare è  tratta da  Lavoro, consumismo e nuove povertà, di Zygmunt Bauman.
In un mondo di consumatori non c'è posto per il welfare state, un vecchio sistema ereditato dalla società industriale e oggi considerato una conquista dei miserabili e degli umili, costituito per assistere indolenti e disonesti. Un tempo fu concepito come mezzo per rimettere sul mercato la forza lavoro, rendendola vendibile e acquistabile ogni qualvolta che dopo un periodo di ristagno la domanda tornava a crescere. Un compito che spettava allo Stato poiché i capitalisti non potevano o non volevano sobbarcarsi i  costi che comportava. Oggi, che non è più fattibile trasformare tutti i cittadini in produttori, oltre che non più indispensabile, il welfare appare sempre più un'idea sbagliata, o meglio, un ingiustificabile spreco di denaro dei contribuenti. Nei pochi paesi dove è rimasto intatto o quasi, non solo viene smantellato lentamente, ma vengono rimproverati e derisi dalle autorità economiche per la loro imprudenza e le loro idee antiquate, per non parlare degli ammonimenti dai saggi pensatori delle istituzioni finanziarie internazionali contro i pericoli di chissà quali catastrofi incombenti, qualora continuino a sostenerlo. Tutto ciò ha portato ad accentuare il dislivello fra i redditi delle famiglie più ricche e le famiglie più povere, facendo si che la ricchezza si concentri sempre più a favore di chi sta meglio. I tagli all'assistenza pubblica, soprattutto negli Usa e in Italia non è da meno, sono destinati a far aumentare il numero dei bambini poveri, per non parlare degli anziani, inferni e disabili privati di ogni sussidio. Secondo Loic Wacquant, l'obiettivo della politica sociale americana e non solo, ma lo aggiungiamo noi, non è quello di combattere la povertà, ma di ridurre il numero di poveri ufficialmente riconosciuti come tali e aventi il titolo di essere assistiti: "così come un tempo un buon indiano era un indiano morto, allo stesso modo oggi un 'buon povero' è un povero invisibile, che bada a se stesso e non chiede nulla. Insomma, uno che si comporta come se non esistesse [...]".
Oggi i poveri non hanno nessun potere contrattuale, anche perché i cittadini, o buona parte di essi, sono incitati dai politici a votare secondo coscienza o cuore, ma tenendo sempre di vista il portafoglio. E qualora riuscissero a prendere coscienza non reagirebbero con rabbia e determinazione perché sarebbe improbo trasformare la loro sofferenza in un problema di interesse pubblico quindi, spesso, non ci provano nemmeno. La povertà e la miseria, come scrive Xavier Emmanuelli, porta "all'emarginazione, all'isolamento della rete di scambi e interazioni sociali, alla perdita di qualsiasi punto di riferimento e all'incapacità di programmare il proprio futuro. Ciò spiega perché i cosiddetti 'esclusi' non avanzano rivendicazioni e non fanno progetti, non sono consapevoli dei loro diritti e non esercitano le proprie responsabilità di uomini e di cittadini. Avendo cessano di esistere agli occhi degli altri, cessano gradualmente di esistere anche ai loro occhi". Lasciati a se stessi, sono impotenti oltre ad essere infelici. 
Se guardiamo ai nostri precari non si evidenziano differenze sostanziali. Fino a quando sono stati rintanati nelle proprie famiglie o si sono leccati le loro ferite in solitudine erano un buon soggetto di studio e analisi, ma appena si sono uniti a reclamare o ad esigere i loro diritti sono diventati un peso, quasi un pericolo, e allora vale la pena allertare il Paese dall'incombente pericolo del terrorismo. La violenza esercitata a rubare i diritti è meno pericolosa e grave di chi tenta di reagire ai soprusi, ma questa, ormai, è storia che si ripete, è la solita litania di chi comanda e, incapace di esercitare la funzione alla quale è stato eletto, non rimane che chiedere ai "benestanti" di allertarsi contro il povero o il precario nemico. Oggi le sofferenze dei poveri non costituiscono più un problema collettivo. Inutili, indesiderati e abbandonati, si preferiscono lontano dagli occhi e dagli altri, soprattutto dalle strade, dai pubblici esercizi e dai posti pubblici, che sono frequentati da chi è ben integrato nella società dei consumi. Così la questione della povertà si trasforma in una questione di ordine pubblico, come se si trattasse di fuorilegge. Esclusi dalla comunità, suscitano solo indifferenza, quindi non scuote gli animi se si tenta di sbarazzarci definitivamente di un problema fastidioso e non risolvibile, né alleviabile, da alcune assunzione di responsabilità verso chi soffre. Infondo non è altro che la necessità di sgomberare il campo, di rimuovere qualsiasi fattore di turbativa dell'ordine normale della società.
Immaginare un modo diverso di vivere insieme non è facile in una società come la nostra, dove le utopie hanno ceduto il passo ai sogni individuali e si contano le perdite solo se già avvenute, sostituendo la lungimiranza politica con la semplice gestione dell'emergenza.
Una proposta interessante per risolvere radicalmente la crisi attuale l'ha suggerita Claus Offe che ruota attorno all'"idea che il diritto a un reddito individuale può essere distinto dalla capacità effettiva di guadagno". Certo, questo ci porta a cambiare radicalmente la prospettiva, perché al centro non c'è più il salario, come vuole l'etica del lavoro, ma il reddito minimo garantito, secondo il principio del rispetto della dignità umana. Progetto attuabile attraverso la leva fiscale e che, di fatto, sostituirebbe il vecchio welfare con uno strumento che tiene conto della modernità del lavoro: il pieno impiego non per tutti. Per quanto possa sembrare una iniziale rivoluzione, Offe ci tiene a precisare che la sua proposta è conservatrice, in quanto tende a preservare i valori morali e le strutture fondamentali della civiltà occidentale in un momento in cui le istituzioni del passato non garantiscono più la loro sopravvivenza.
Da tempo il lavoro è un'attività prettamente economica: un bene comprato e venduto, con un valore di scambio riconosciuto sul mercato. Ogni volta che si parlava e si parla di lavoro, vengono escluse tutte quelle attività riguardanti le faccende domestiche e le cure dei famigliari. Non vengono considerate le più svariate attività sociali, le tante ore, dedicate quotidianamente ad assicurare quella che Halsey e Young definiscono l'"economia morale". Per l'etica del lavoro chi rimane fuori dell'attività produttiva, svolgendo attività non retribuite, è un disoccupato. In effetti solo ai grandi manager o ai politici, una volta perso il posto, è concesso dire che finalmente trascorreranno più tempo in famiglia, come a rimarcare il sacrificio accettato per il bene degli altri e non come un'esigenza e un diritto di tutti. Tutto ciò porta alla disgregazione inesorabile dei legami comunitari e di vicinato, cioè quella coesione sociale che richiede molto tempo, dedizione e abilità per essere mantenuta, lasciando tracce dolorose sulla vita delle famiglie, ed erodono il terreno da cui traggono radici i rapporti umani e i legami morali fra le persone.
L'emancipazione dell'attività umana dalla sfera strettamente economica del mercato e dai vincoli che essa impone esigerebbe la sostituzione dell'etica del lavoro con l'etica dell'operosità. Gli uomini sono esseri creativi, e sarebbe avvilente supporre che un cartellino del prezzo sia l'elemento che distingue il lavoro dal non lavoro, la solerzia dall'indolenza. L'etica dell'operosità potrebbe restituire a quell'istinto dell'uomo la dignità e l'importanza socialmente riconosciuta negatagli invece dall'etica del lavoro, che si è sviluppata e consolidata nella moderna società capitalista.
E' indubbio che una svolta così radicale alimenti fortissime resistenze, perché implica necessari sacrifici, cambiamenti nello stile di vita e, per quanto Offe ritenga le sue idee conservatrici, rivoluziona un modo di pensare consolidato. Anzi, ne scardina le basi. Ma chi l'ha detto che l'efficienza sia una cosa buona indipendentemente dal suo scopo e dalle sofferenze umane che può produrre come effetto secondario.  O che la crescita economica, intesa come mero incremento statistico, sia di per sé un fatto positivo, senza tener conto delle sue possibili conseguenze negative sulla condizione umana e sulla nostra natura.  Tutto ciò, una volta raggiunto l'incrocio della crisi, è una possibile via da intraprendere, una scelta da fare in base a come ipotizziamo il tipo di società desiderato, a come sogniamo la vita futura dei nostri figli. Ma quale che sia la scelta, non dobbiamo dimenticare che non è più possibile consumare in eterno più di ciò che produciamo ed è inimmaginabile che debbano esistere per sempre i poveri, come ammortizzatori per la maggior ricchezza dei ricchi. Concordiamo con Patrick Curry, quando scrive:"la sobrietà collettiva volontaria sta diventando l'unica alternativa positiva all'immiserimento collettivo".

2 commenti:

  1. Caro Idelbo,
    sono assolutamente convinto del fatto che solo una vera rivoluzione copernicana possa salvare da fine certa sette miliardi di individui. Purtroppo gli scienziati sono inascoltati, gli statisti latitano mentre l'ignoranza prende il sopravvento.
    Complimenti per il bel post.

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  2. Concordo, caro professor Woland e i complimenti, specialmente se fatti da lei, gratificano sufficientemente per continuare nel lavoro.

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