giovedì 28 aprile 2011

San precario lavora per noi.

Non ce ne voglia Aris Accornero se  prendiamo in prestito il titolo del suo famoso libro per descrivere sinteticamente lo stato delle cose. Sul retro di copertina dello stesso libro si legge: "La flessibilità è una necessità, che potrebbe diventare un'opportunità". Ecco, questa non la prendiamo in prestito! Ma non perchè non riteniamo che "potrebbe essere una opportunità", con le dovute garanzie, ma perché in Italia chi è precario difficilmente vede la fermata del treno della precarietà. Sembra quasi che chi vi sale non abbia più speranze di scendere.
 Noi crediamo che Luciano Gallino abbia ben descritto l'etimo di precario: "Qualcosa che si può fare solamente in base a un'autorizzazione revocabile, poiché è stato ottenuto non già per diritto, bensì tramite una preghiera". E' con queste convinzioni che ci apprestiamo a valutare la scelta del sindaco di Firenze, giovane ed emergente esponente del Pd, autocelebratosi "rottamatore" del vecchio e faro del nuovo. E' con questi convincimenti che vogliamo anche rispondere a Ivan Scalfarotto, vice presidente del Pd e a noi anche simpatico, che ha appoggiato la scelta del suo collega.
Ormai sulla decisione di Renzi si sono scritte e lette decine di opinioni, avverse o favorevoli, ma a noiinteressa un aspetto particolare della vicenda, senza soffermarci sul fatto che il 1° maggio è la festa dei lavoratori, di tutti i lavoratori; che una festa è tale perché deve rimarcare e valorizzare l'importanza di ciò che viene celebrato o festeggiato. La celebrazione e i festeggiamenti si fanno con la famiglia e la comunità, attraverso una comune partecipazione ad una fede o ad un evento. Ci immaginiamo quale polemica potrebbe nascere dalla Chiesa e dal neo-integralismo cattolico, stile Giovanardi,  De Mattei o Merlo, se il sindaco di Firenze lanciasse l'idea di tenere i negozi aperti il 25 dicembre. Però, pensandoci bene, i ristoranti lavorano, pure gli alberghi, i pronto soccorso, i taxi, i treni, i cinema, insomma, a parte i negozi, molti altri servizi lavorano. Senza voler fare un paragone tra le due feste, i turisti troverebbero le stesse condizioni del Natale: assicurati i servizi ma con i negozi chiusi.
Insomma ciò è sempre stato, e cioè che i pochi lavoravano perché i molti facessero festa, ma senza nessun scalpore. Allora perché si grida allo scandalo se il "rottamatore" fiorentino decide di tenere i negozi aperti, visto che lui il 1° maggio ha sempre lavorato, sia quando gestiva una società di distribuzione di giornali che come sindaco. Sinceramente ci farebbe piacere sapere cosa faccia in municipio la domenica!
Chi scrive ricorda perfettamente un corteo di un 1° maggio che passava davanti al ristorante nel quale lavorava nei giorni di festa per mantenersi agli studi, pagato in nero naturalmente, con realtive minacce di licenziamento se non avesse abbassato il braccio con il pugno chiuso, unico gesto di partecipazione ad un evento che per motivi di necessità era stato evaso. Anche a quei tempi se volevi lavorare dovevi farlo quando decidevano gli altri e per il tempo a loro più consono. Oggi, il giochino "te lo do alle mie condizioni", che pare essere più una parte delle esilaranti barzellette osé del premier, si è moltiplicato a dismisura anche perché è stato istituzionalizzato: è comunemente accettato, anzi, si usano frasi fatte e toccanti , come " intanto si lavora" oppure" è un'occasione ghiotta per il commercio" o si ritiene che  "venga data un'opportunità alle persone", il tutto condito con un pizzico  di enfasi politica tanto da fare capire quanto stia a cuore l'interesse del popolo. Come abbiamo già accennato, un interesse è anche partecipare alla festa, sentirne la pregnanza e il valore, condividendola con gli altri, specie familiari, amici, vicinato, quartiere, militanti o meno, ma uniti nel comune interesse di proteggere un bene importante come il lavoro. Una società, per essere equa, ha necessità che tutti abbiano un lavoro dignitoso.
Tra l'altro l'Ocse rileva che in Italia c'è bisogno di più politiche per conciliare lavoro e famiglia. Nel nostro Paese, le donne devono scegliere tra lavoro e figli, quindi il tasso di natalità è molto basso, 1,4 per cento, e l'occupazione femminile è al 48 per cento, contro la media Ocse del 59 per cento. 
Ma cosa c'entra tutto questo con i negozi aperti, con le scelte di Renzi e con le polemiche che sono seguite? E i precari? E' mai possibile che questi siano come il prezzemolo in qualsiasi cosa di cui parliamo o analizziamo?
In un suo famoso libro, Luciano Gallino si chiede se chi fa le leggi si pone mai nelle condizioni di chi le "subisce". Certamente no, anche perché chi fa le leggi è nelle condizioni economiche di poter fare sempre shopping, non è stressato dalla ricerca del lavoro, non ha il quotidiano assillo di sperare in un salario, insomma, non vive la vita tra  il dramma di perdere il lavoro e la tragedia di trovarne un altro. Quindi non ha l'esigenza della "festa", essendo la sua vita tutta una festa.
Statisticamente, salvo certi lavori, come i medici, i macchinisti dei treni ecc, che svolgono funzioni di interesse strategico, molti lavoratori nel comparto dei servizi sono precari, quindi è logico che se si tiene aperti negozi e altri servizi non si fa altro che chiedere ai lavoratori precari di lavorare di più...nei pochi giorni che lavorano. Ottimo, sotto certi aspetti, ma è altrettanto vero che spesso sono proprio questi precari che sono sottoposti a turni forzati sotto le feste, magari privati del riposo infasettimanale; sono i precari che fanno turni di 10-12 ore e, spesso, pagate solo 8 ore; sono a questi lavoratori che appena è passata la festa viene fatta la festa (gioco di parole efficiente per un gioco sporco del mercato); è a loro che viene chiesto di lavorare nel periodo delle liquidazioni, nelle domeniche prima di Natale o di Pasqua, magari con salari indegni di tale nome. Un giusto rapporto è dato dal giusto equilibrio fra dare e avere, quindi quando si chiedono sacrifici dovrebbero essere dati i giusti compensi, ma questo non è il compito di chi chiede che i negozi siano aperti...allora di chi è? La politica che contempla che la mano sinistra non deve sapere ciò che fa la mano destra non è nel Dna della sinistra, anche se, ad onor del vero, è sempre meno sinistra e sempre più "simil-destra"...
Accrescere i consumi, ossessivamente, è l'imperativo e non importa a cosa si deve rinunciare, l'importante è che la società dei consumi abbia sempre le luci accese, che la società delle 24 ore su 24 abbia la consacrazione. Non sarà mai possibile, ma d'altronde i precari fanno già tante feste, istituire una festività per questi lavoratori, neanche il 15 agosto, per la festa dell'Assunzione!
Siamo consapevoli che la sparizione del precariato sia un'utopia, ma, come ricordava Victor Hugo, l'utopia è la verità di domani ed è con questa speranza che, per adesso, non ci rimane che congedarci con un malinconico: " San precario lavora per noi".










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