domenica 2 giugno 2013

Una normale giornata anormale

A fine dello scorso anno ho selezionato alcuni giovani per trovarne uno che prendesse il mio posto, una volta raggiunta la pensione. Fra le cose richieste c'era il possesso di laurea in meccanica, elettrotecnica, elettronica o similari, la predisposizione a imparare e, soprattutto, era determinante la capacità di saper gestire i rapporti con gli altri. Fra tutti i ragazzi che parteciparono al colloquio, ho scelto il più giovane perché lavorava e studiava ingegneria meccanica. C'erano ragazzi che erano già in possesso di laurea, anche loro brillanti e capaci, ma talvolta si fanno scelte più per istinto che  non attraverso fredde analisi psico-attitudinali o attraverso il raggiungimento di punteggi stabiliti da esperti delle risorse umane (già la parola "risorse", in riferimento alle persone, la trovo non solo odiosa, ma pure fuori posto!). 
Il primo giorno di lavoro lo presentai ai suoi colleghi, parlammo a lungo di cosa avrebbe dovuto fare e di come mi avrebbe dovuto convincere di aver fatto una buona scelta. Decidemmo di comune accordo come organizzare il suo lavoro in modo che potesse seguire con relativa facilità le lezioni; quale sarebbe stato il suo iter lavorativo  per l'avvicinamento progressivo alla mia posizione, lavoro per niente facile e, soprattutto, che sarebbe stato assolutamente privo di ogni privilegio da parte mia. Doveva imparare ogni cosa, le varie linee di produzione, la manutenzione, la sicurezza e la qualità richiesta ma, in modo particolare, doveva sapersi fare accettare dai lavoratori: era necessaria una grande capacità di  interfacciarsi, perché sono sempre stato convinto che un buon capo non lo è perché ha l'autorità, che può essere data anche al primo cretino che passa, ma attraverso l'autorevolezza, perché deve essere conquistata, perché ti viene riconosciuta, perché è la sintesi di un equilibrato rapporto fra tutti i lavoratori, facendo sparire o quasi la distinzione fra capi e subalterni, tutti uniti in un progetto comune. 
Per cinque mesi ha galoppato. E' riuscito nell'impresa di farsi accettare e ben volere, grazie alla sua capacità di rendere tutto semplice, all'umiltà di ascoltare e imparare l'esperienza, offrendo la sua conoscenza come logica naturale delle cose. Un'osmosi quasi perfetta: conoscenza ed esperienza in continuo confronto.
Due sole pecche in questo periodo: due esami andati male, quindi lo chiamo in ufficio per sapere cosa stia succedendo e come intenda porvi rimedio: in cinque mesi sua madre e suo padre hanno perso il lavoro, suo fratello maggiore lavora saltuariamente, per cui è l'unico che porta i soldi sicuri a casa, con i quali pagare il mutuo e tirare avanti e non può permettersi il lusso di pagare le tasse universitarie e di perdere qualche ora per facilitarsi gli studi. 
Già è difficile lavorare in fabbrica e studiare, scambiare i turni per partecipare alle lezioni,  o alternare le ore con gli altri per far combaciare gli orari delle stesse...ma studiare e lavorare con una situazione lavorativa disastrosa per l'intera famiglia è impossibile. 
Certo, qualcosa si farà, dovrà essere fatto per aiutarlo, anche perché uno dei requisiti della sua assunzione è il possesso di laurea, ma è veramente assurdo e folle che non solo non sia sufficiente il sacrificio di lavorare per studiare, ma pur avendo le capacità, pur lavorando e pur facendo i sacrifici un giovane debba rinunciare a tutto perché deve mantenere la famiglia, rinunciando al suo futuro. 
Mentre tornavo a casa in auto riflettevo su tutto questo e pensavo alle scuse di Letta ai giovani costretti ad emigrare e a quelli che rimangono e che non hanno i mezzi per costruirsi dignitosamente un futuro: forse sarebbero necessarie meno scuse e molti più fatti, ma questa è la politica!
Distratto dai pensieri, non mi sono accorto che una macchina continuava a lampeggiare i fari. Mi sposto un po' a destra per fargli strada e vedo che l'auto che mi sorpassa è dei vigili urbani, con lampeggiante spento, e il vigile che non guidava, con finestrino abbassato, mi esorta, irritato, a svegliarmi! Su strada con limite di velocità di 70 km, stavo andando a 80/90 km; inoltre mi stava sorpassando su striscia continua. Ho pensato che fossero a fine turno e che avessero fretta di rientrare.
L'auto dei vigili urbani mi aveva da poco sorpassato, quando un'altra automobile sorpassa sia la mia che quella dei vigili! Questi, mettono la sirena, la paletta fuori dal finestrino e invitano l'auto a fermarsi sulla zona di sosta. Anch'io mi fermo. Forse irritato dalle difficoltà del mio collaboratore, o forse perché irritato dall'atteggiamento arrogante del vigile che mi aveva appena esortato a svegliarmi, ma sta di fatto che volevo vedere se gli facevano la multa.
Appena sceso dall'auto mi chiamano sul cellulare; quindi mi siedo sul cofano a parlare, continuando a guardare cosa stessero facendo; il vigile arrogante mi vede e dice qualcosa al suo collega, il quale si avvicina e mi chiede perché mi sono fermato e con chi stia parlando.
Dopo avergli ricordato che è obbligo fermarsi per parlare al cellulare e che per sapere con chi stessi parlando doveva andare a vedere sul tabulato della Tim, gli ho chiesto quale sia, secondo lui,  la differenza fra la loro infrazione e quella dell'autista appena fermato! Senza tener conto che almeno, questi, non ha mostrato l'arroganza del suo collega. 
Il vigile non ha detto una parola e, tornato dal collega, si sono parlati per qualche secondo, quindi hanno mandato via l'auto fermata e se ne sono andati!
Contento? Assolutamente no. Ormai sono normali le giornate anormali!







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