venerdì 17 agosto 2012

Le élites e la crisi

Nel libro, Elogio delle minoranze, M.Panarari e F.Motta evidenziano come "...la dinamica di desertificazione e spappolamento dei ceti medi è diventata particolarmente eclatante in Italia, dove le classi medie, nucleo sociale delle minoranze civiche, non hanno (praticamente) mai trovato un terreno di coltura o una sponda istituzionale a loro confacente e favorevole [...] c'è, quindi, bisogno di nuove minoranze e di èlites che non siano ciniche, né 'indecise', ma capaci di praticare una meritocrazia autentica, che non è (e non deve essere, come paventano alcuni) uno 'strumento di classe' e di perpetuazione dello status quo, ma l'interruttore per far ripartire il preziosissimo e irrinunciabile ascensore sociale, senza il quale una nazione muore".
Si suggerisce anche la lettura dell'articolo di Guido Melis, pubblicato su Rassegna.it, La politica e la "supplenza" delle élites, dove richiama esempi storici di interventi delle stesse.
Se escludiamo il popolo, inascoltato da sempre, è interessante leggere ciò che hanno da dire sociologi ed economisti, che paiono la minoranza, sulle scelte strategiche di rigore adottate dai governi dei paesi occidentali, soprattutto la Ue e l'Italia, per far fronte alla crisi che ha flagellato intere nazioni. Difficile concepire che siano minoranza, quando sembrano proporre cose ovvie, quasi banali, per dare incentivo alla ripresa.
Luciano Gallino, in Il lavoro crea lavoro, sostiene che l'Europa è colpevole di gravi mancanze, anche se la crisi italiana ha "sue specificità, frutto di decenni di assenza di serie politiche industriali, sulle quali occorre agire tempestivamente". Rimarca l'importanza di serie ricette di stampo keynesiano, pur riconoscendone la ristrettezza di spazio, almeno come contrapposizione alle gigantesche politiche keynesiane adottate da chi, pur ritenendo il mercato 'libero', ha pensato di salvare dal fallimento le banche facendo intervenire i governi. Il mercato è 'libero' solo quando non c'è necessità di salvare chi è complice del disastro! Solo in Europa, nel 2011, sono stati sborsati 4,6 miliardi di euro per salvare le banche. Una sorta di "keynesismo privato o imbastardito"...a vantaggio di quello necessario per far fronte "ai problemi dell'economia reale, della produzione, della gente". Senza dover tirar fuori tutti i dati statistici a sostegno, basti ricordare che la situazione occupazionale in Italia è disastrosa: fra disoccupati, 'scoraggiati' e precari si parla di oltre 8 milioni di persone!
Ancora Luciano Gallino, con l'articolo apparso su Micromega, La lettura sbagliata della crisi, ci spiega come è nata la crisi e quali sono le bugie adottate per farla pagare anche a chi non ne ha colpa. Il nostro Paese ha approvato il "Patto fiscale" imposto dalla Ue, che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent'anni. Ciò vuol dire che l'Italia dovrà, ogni anno,  ridurre il debito di 50 miliardi. Una cifra folle che ci imporrà o a non rispettare il patto o "condanna il Paese a una generazione di povertà"!
Secondo il grande sociologo, la gravità sta soprattutto nel fatto che si è voluto far passare la crisi come causa dell'eccesso di spesa dello Stato, soprattutto sociale, nascondendo che in realtà le cause sono da ricercarsi nel sistema finanziario: "la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico". In sintesi, e vi consigliamo la lettura per un miglior approfondimento: le banche Ue, come le consorelle Usa, sono gravate da un enorme montagna di debiti e di crediti, di cui nessuno riesce a sapere l'esatto ammontare né, tanto meno, si riesce a capire il rischio di insolvenza. Attraverso l'aiuto dei governi viene creata una gigantesca "finanza ombra": "un sistema finanziario parallelo in cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati né a misurarne il valore". Un rapporto del Financial Stability Board, nell'ottobre del 2011,  ne stimava la consistenza ( per il 2010) in 60 trilioni di dollari.
L'Europa ha tagliato pensioni, salari, investimenti nell'istruzione e nella sanità, perché i bilanci pubblici erano in rosso, ma hanno trovato 4 trilioni di euro per salvare gli enti finanziari...causa principale della crisi!
La dottrina liberale e i suoi profeti sono riusciti a uniformare il pensiero dei governanti e dei media e non passa giorno che non ci sia un richiamo all'esigenza del rigore, alla necessità di scelte dolorose, al dovere di tutti al sacrificio per il Paese, arrivando a imbastardire anche il pensiero del Pd e dei suoi alleati. Pur conoscendone le radici, è preferibile e più facile far passare la crisi come una disgrazia piovuta dal cielo che non una condanna prodotta da sanguisuga della società. Quando Gordon Brown si rese conto del fallimento delle banche disse: "Dovremo tagliare tutto e chiedere sacrifici, ma lo stiamo facendo per voi"!  La finanza ha lucrato e succhiato soldi e sangue a suo vantaggio...poi, non essendoci rimasto un euro, demanda i governi e i partiti a politiche di rigore per ritrovare nuovamente 'euro' dalla povera gente per future speculazioni. E' indubbio che una sana e buona politica fondata sulla "diffusione della paura" è un buon deterrente, ma ci sono limiti oltre i quali potrebbe anche verificarsi l'effetto contrario a quello desiderato. 
Il premio Nobel Paul Krugman, e non solo, nel suo articolo "Usano il panico da deficit per smantellare i programmi sociali" , ci spiega in modo dettagliato l'utilizzo di tale sistema di governo. Innanzi tutto ricorda che John Maynard Keynes diceva che "Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione", perché tagliare la spesa quando l'economia è depressa non fa che ingrandire la depressione. Spesso si sente i governanti o i politici equiparare i problemi di debito di un'economia a quelli di una famiglia: se in una famiglia entrano meno soldi è necessario ridurre le spese. Ora, basta avere un minimo di conoscenza di economia per capire quanto sia sciocco tale accostamento: " ...il nostro debito è composto in maggioranza di soldi che ci dobbiamo l'un l'altro; cosa più importante, il nostro reddito viene principalmente dal venderci cose a vicenda. La tua spesa è il mio introito, e la mia spesa è il tuo introito [...] E allora cosa succede quando tutti, simultaneamente, diminuiscono le proprie spese nel tentativo di pagare il debito? La risposta è che il reddito di tutti cala - il mio perché tu spendi meno, il tuo perché io spendo meno - E mentre il nostro reddito cala, il nostro problema di debito peggiore, non migliora". Banale? Forse troppo, per chi è abituato a truffare la gente! Secondo Krugman, la corsa al rigido rigore non ha nulla a che vedere col debito e con il deficit, ma si tratta dell'uso del panico da deficit per smantellare i programmi sociali..."La grande domanda è se il fallimento evidente delle politiche di austerità porterà alla formulazione di un 'piano B'. Forse. La mia previsione è che se anche venissero annunciati piani di rilancio, si tratterà per lo più di aria fritta. Poiché il recupero dell'economia non è mai stato l'obiettivo; la spinta all'austerity è per usare la crisi, non per risolverla"! 
Joseph Stiglitz nel suo articolo, The price of inequality; how today's divided society endangers our future, sostiene che "i problemi di sviluppo che le economie avanzate stanno oggi affrontando hanno una fondamentale radice: la debolezza della domanda aggregata [...] la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi - che aumenta ovunque - è pertanto diventata un problema strutturale dello sviluppo delle economie avanzate [...] L'aumento delle disuguaglianze tra i redditi non è solo il risultato dell'operare delle cosiddette forze del mercato, ma anche l'esito inevitabile di comportamenti imprenditoriali che hanno premiato la ricerca di una rendita piuttosto che l'investimento produttivo [...] Oggi, gli investimenti pubblici sono particolarmente importanti: aumentano la domanda nel breve periodo e la produttività nel medio termine". E conclude il suo articolo affermando che bisogna rendersi conto che "è la bassa crescita a generare deficit di bilancio pubblico, non il contrario"!
Ci sono paesi, come la Svezia e l'Austria, che non hanno adottato le strategie di stretto rigore e, guarda caso, sono quelle che stanno cavalcando la crisi in modo ottimale...o forse hanno solo considerato le banche allo stesso livello dei cittadini e sono rimasti soldi in cassa!
Nel nostro Paese, stranamente, cresce ogni cosa: disoccupazione, precariato, povertà, tasse, evasione fiscale e capitali portati all'estero e sarà difficile che si possa risolvere la crisi se non si invertirà la tendenza. Non si potrà risolvere la crisi se la lotta, anziché a distruggere le tutele e i diritti dei lavoratori, non sarà indirizzata contro l'evasione fiscale, la fuga dei capitali, la costruzione di leggi con le quali obbligare i più ricchi  a dare ciò che per anni non hanno dato, così da trovare risorse necessarie a costruire lavoro. Soprattutto, la crisi non potrà essere combattuta se non si riuscirà a rigenerare speranza e credibilità nelle persone. E' necessario che i giovani, e non solo la ristretta cerchia dei figli dei notabili e dei figli degli amici dei notabili, seri, istruiti e dotati della volontà di creare un nuovo futuro prendano per mano questo Paese malato...soprattutto moralmente e politicamente!  
Chi scrive ha più volte contestato il traguardo raggiunto dal capitale di mettere in contrapposizione i padri con i figli, la lotta generazionale, ma dobbiamo renderci conto che abbiamo fatto il nostro tempo...al massimo, sempre che sia richiesto, possiamo dare una mano! E' arrivato il tempo di metterci da una parte e dare ai nostri ragazzi la possibilità di guardare al domani. 
Questa cerchia di giovani sarà considerata l'élite di cui si sente la necessità? Quando si parla di élite si sollevano certamente discussioni, quasi fosse una bestemmia...ma cosa sono i nostri paleontolitici onorevoli, che siedono da 15 a 40anni sulle poltrone del comando, avendo avuto cura di rovinare il Paese? Cosa sono gli amministratori pubblici, che per quanto combinino guai, rimangono sugli scranni alti, intoccabili e sempre più ricchi? Cosa sono i manager, che pur controllando società in rovina, si prendono stipendi faraonici, senza che nessuno batta ciglio?Delle dannate élites...solo che sono tragicamente amorali! 
Ben venga una élite di giovani, che sappia leggere la risoluzione della crisi come suggerita dai diversi pensatori di minoranza, che sia inossidabile alle voci delle sirene della finanza e che sappiano di nuovo guardare all'economia reale. Soprattutto, che sappiano di nuovo dare un sogno alla gente!







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