mercoledì 30 aprile 2014

Il primo maggio e il lavoro che non c'è

Domani è il primo maggio...la festa dei lavoratori.
Ma ha ancora senso parlare di questa festa? Per chi?
Nel 1929, su l'Imperio, Federico De Roberto scriveva: "Ciò che muove il lavoratore a dichiararsi malcontento è la speranza del meglio; egli spera di lavorare sempre meno e di godere sempre più: è questa la formula della profezia socialista: il massimo dei beni col minimo dello sforzo; formula contro la quale protestano la ragione, la logica, le leggi del mondo organico e fisico dove gli effetti sono sempre rigorosamente proporzionali alle cause".

Poi, al farneticante concetto che solo pochi sono eletti del Signore e il resto è al loro servizio  e che sperare nel meglio è follia del De Roberto, è arrivato il trentennio d'oro, nel quale sembrava realizzarsi il sogno dei lavoratori ad una vita dignitosa sostenuta da un lavoro certo. Forse anche perché ci eravamo illusi che imperasse, sostenuta dalle lotte dei lavoratori, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: "Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale".
Un'illusione durata poco!
Il capitale ha di nuovo stravinto e De Roberto non avrebbe potuto neppure ipotizzare quanto avesse avuto ragione nel 1929: sarebbe stato assolutamente impossibile immaginare lo sgretolamento del lavoro, il grado di povertà in cui versano molti cittadini e la battaglia intrapresa e vinta da vent'anni a questa parte ai diritti dei lavoratori. Eppure la nostra Costituzione supera di gran lunga la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani con parolone che oggi suonano quasi a scherno: "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa". L'unica cosa vera è che le persone sono sempre più "libere" di lavoro, futuro, diritti, certezze e centralità...per la dignità stendiamo un velo pietoso. Ormai questa non esiste più. Chi comanda è sempre più arrogante e chi ubbidisce è sempre più mansueto!
Domani festeggeremo la festa del lavoro, i sindacati faranno i loro comizi di routine, diranno le solite cose, sicuramente si dimenticheranno di dire che hanno sbagliato, tanto, e non hanno più la forza e la capacità di trovare una piattaforma di lotta, che non sanno come far fronte alla vittoria schiacciante di chi voleva la loro fine; urleranno dai palchi che sono con i lavoratori, poi torneranno, divisi e litigiosi (in fondo ognuno di loro ha un padrone!), ai loro sicuri lavori: Sergio Ricossa, in Scrivi che ti passa,  del 1999, scriveva: "La disoccupazione dei lavoratori è inversamente proporzionale all'occupazione dei sindacalisti"...esagerato? Può darsi.
Dimenticavo. La giornata continuerà con grandi palchi e la musica allieterà la giornata...in onore del lavoro! Quale? Forse il primo maggio sarebbe da dedicarlo alla raccolta fondi per la  "Ricerca del lavoro".
Non mi interessano quelli della mia età, neppure quelli  un po più giovani che si sono persi nell'accettazione passiva del meno peggio o nell'inedia totale, ma penso ai più giovani, alle speranze future e li penso con le parole di Enrico Berlinguer: "Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c'è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia"  e forse avrà un senso vero l'art. 1 della Costituzione: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"... quella che ogni giorno, una politica becera, urlata, cialtrona, arrivista e corrotta, vorrebbe cambiare.
Buon primo maggio a tutti, ma con il senso e il contenuto di un tempo.



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