domenica 16 novembre 2014

Dal lavoro al lavoro-merce, fino a lavoratore utensile

Prima della rivoluzione industriale gli artigiani avevano la "conoscenza e la padronanza" del lavoro e ciò includeva la conoscenza dei materiali, dei procedimenti e le destrezza manuali pratiche richieste. Certo il lavoro costava, richiedeva tempo e le quantità erano limitate. 
Dopo Adam Smith, Ricchezza delle nazioni, e la sua fabbrica di spilli  si scopre che la ricchezza del capitalista non è solo nel possesso del capitale ma era determinante "controllare nel modo migliore il lavoro alienato, ossia la forza-lavoro acquistata e venduta" (H.Braverman, Lavoro e capitale monopolistico)...doveva diventare padrone del processo lavorativoNon poteva essere data ai lavoratori l'iniziativa di stabilire i tempi di lavoro e la capacità di farlo.  Se ad ognuno veniva insegnato un singolo movimento o una singola operazione produttiva non solo si semplificava e si aumentava la capacità produttiva, ma si riduceva l'intero ciclo di produzione in tante piccole operazioni facili e ripetitive, per cui si otteneva sì una maggiore produttività, ma anche una facile sostituzione dell'operaio non "gradito" o non in grado di sostenere i ritmi imposti dalla direzione. 
La "Organizzazione scientifica del lavoro" di Taylor dedicò anni a fare in modo che: "per una direzione adeguata è assolutamente necessario prescrivere imperativamente al lavoratore l'esatta maniera in cui il lavoro deve essere eseguito", negando a quest'ultimo ogni possibilità di intervento sul prodotto  e di portare sul lavoro la propria intelligenza; e gli esperti in "relazioni umane" e in "psicologia industriale" erano delle vere e proprie "squadre di manutenzione del macchinario umano" (H.Braverman, Lavoro e capitale monopolistico).
In epoca abbastanza recente alcuni studiosi hanno cercato di rivalutare F. Taylor, storicizzandone il lavoro: gli operai impiegati venivano dalla terra o erano muratori o svolgevano in precedenza lavori che non avevano niente a che fare con la fabbrica, ma il lavoro era talmente diviso, spezzato e analizzato nei movimenti da compiere (inebetente!) che i ritmi da sostenere erano folli e anche delle "rozze" persone si sentivano diverse dalle bestie e pretendevano un minimo di vita. Ciò causò forti contestazioni e scioperi tra gli operai (perfino fra i proprietari delle fabbriche si cominciava a dubitare sulla qualità della sua "Organizzazione scientifica"!), che obbligò il paranoico ingegnere a rispondere al Senato americano.
In seguito furono adottati sistemi meno rozzi e cruenti, ma per quanto si camuffasse o si tentasse di cambiarne la veste, la sostanza di trasformare il lavoro in "merce" rimase l'obiettivo primario.
Ciò che non concluse Taylor, ed era la sua ossessione, e che il capitale desiderava, ma che sospese per contenere gli scioperi e le contestazioni dei lavoratori, fu la trasformazione di questi ultimi in "veri e propri utensili".
Poi venne Ford che capì che il lavoro di Taylor era stata solo una perdita di tempo e con la sua catena di montaggio, unita alla scaltrezza di determinare salari più alti e una diminuzione di lavoro, fece un passo determinante verso la mercificazione del lavoro: 
"La razionalizzazione di Ford consiste non nel far lavorare meglio bensì di più. In conclusione, il padronato ha fatto una scoperta: che per sfruttare meglio la forza operaia c'è un sistema migliore di quello di allungare la giornata di lavoro [...] Questo sistema ha ridotto gli operai allo stato molecolare, trasformandoli in una specie di struttura atomica delle fabbriche. ha condotto all'isolamento dei lavoratori. E' una delle formule essenziali di Taylor, che ci si debba indirizzare all'operaio individualmente: considerare in lui l'individuo: egli vuole dire con ciò che bisogna distruggere la solidarietà operaia per mezzo di premi e della concorrenza" (S.Weil, La condizione operaia).
Nel 1950 la Toyota, che combatteva il sindacato, stava ripensando alla riorganizzazione del lavoro, obbligata anche dal fatto che non aveva un mercato di massa delle auto: pensò ad una produzione per piccoli lotti, puntando sulla personalizzazione del prodotto. A tal fine concentrò l'attenzione su operai che ruotassero su mansioni diverse del ciclo di produzione in maniera da non segmentare il processo, assegnando singoli segmenti ma rendendo gli operai intercambiabili, anziché su operai adibiti per la vita ad un unico lavoro o ad un unico movimento, il che li avrebbe resi più soddisfatti e più attivamente partecipi alla produzione. 
Un sistema che fece presa anche sull'Occidente, con le varianti più disparate e con gli accorgimenti necessari a mantenere nei limiti della cultura occidentale le aperture ai lavoratori. Si parlava di lavoro di gruppo, cosa impensabile nelle nostre fabbriche, tanto che Accornero scriveva qualche anno fa: "fa un po' rabbia che tanti imprenditori e manager, tanto americani che europei, cerchino oggi di ottenere, in nome della qualità, il contributo che per decenni avevano ignorato in nome della qualità". E' indubbio che i giapponesi hanno avuto grande successo e che il loro sistema aveva qualcosa di buono, ma è anche vero che qualcuno ha definito il sistema Toyota un "adeguamento" del modello "fordista-taylorista" alle mutate condizioni di mercato, se è pur vero che il sindacato aziendale era diretto dai dirigenti dell'azienda e se tutte le ripercussioni negative del mercato venivano spostate sulle aziende satelliti o dei fornitori dei servizi, lasciando all'interno dell'azienda madre la sensazione di un paradiso lavorativo. 
Ma torniamo alla nostra grossolana cronologia.
Ci furono anni in cui i lavoratori diventarono una forza, anche grazie ai sindacati, una classe che combatteva e otteneva conquiste incredibili e diritti sacrosanti. Ma furono trent'anni soli...anche se gloriosi! La crisi energetica degli anni '70 e la trasformazione dalla produzione di massa alla produzione flessibile, con la conseguente disoccupazione di massa, dettero al capitale l'occasione storica di riprendersi in mano ciò che avevano dovuto concedere: distruggere il sindacato, dividere i lavoratori e riprendersi il controllo del lavoro, frammentare le produzioni e delocalizzare in paesi sempre più poveri, dove non esistessero diritti da accampare. La manifattura è sparita quasi del tutto e il suo posto è stato preso dall'economia di carta e gli imprenditori di una volta si sono trasformati in finanzieri senza scrupoli. 
Certo che in tutto questo ha una pesantissima colpa anche il sindacato, che non ha saputo leggere la trasformazione in atto e invece di reagire si è sempre più chiuso in difesa dei propri privilegi.
L'imperativo del lavoro flessibile, che con gli anni è arrivato alla "chiamata", ha creato, inizialmente, il senso dell'incertezza e della precarietà; quindi ha diviso i lavoratori in varie categorie, coreworkers, peripheralworkers...disoccupati perenni...Neet e così via. Si è cercato di mettere gli uni contro gli altri, arrivando perfino a convincere i giovani che il loro stato era dovuto ai loro padri...veri sanguisuga del loro futuro! E, purtroppo, molti giovani ci hanno creduto! Hanno inventato soluzioni altisonanti come il lavoro di gruppo, la qualità, la necessità di portare sul lavoro non solo il "saper fare" ma anche il "saper essere" e la creatività...ma non si  è mai parlato di "partecipazione" effettiva, non solo in termini di lavoro, ma anche di decisioni.
Al di là di pochissime aziende, per altro eccellenze, o degli artigiani che hanno saputo leggere l'evoluzione del lavoro e del mercato, legandosi alla tecnologia oltre che alle loro capacità, il mondo della manifattura, e non solo, è in un profondo baratro.
Adesso, che il mondo del lavoro è diviso, stanco, rassegnato e con i sindacati al soldo del partito di appartenenza, manca solo l'opera incompiuta di Taylor: trasformare i lavoratori in utensili. Basta creare panico, far apparire il lavoro come un dono di Dio, che verrà dato ai più meritevoli (quale merito?), ai più miti e pronti a cogliere le occasioni che verranno elargite al momento opportuno da chi detiene il potere. Basta inculcare l'idea che il lavoro per tutti non c'è e che ai soli meritevoli sarà dato, per scatenare una guerra tra poveri e sbranarsi per sopravvivere. E' in una tale logica che i lavoratori accetteranno di essere utilizzati come si utilizza l'energia elettrica e cioè quando servono; che non hanno più diritti a cui appellarsi; che non esiste il lavoro di una vita, ma una vita dedicata al servizio di chi ti chiama solo se ne ha necessità; che se sei povero è solo per tua incapacità e non puoi accampare diritti per  la vecchiaia.
Tutto è stato trasformato e distrutto, ma l'unica cosa che si è mantenuta, anzi, che è cresciuta è  la ricchezza in mano al 5% più ricco. L'unica cosa certa è che i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri...ed è abbastanza strano, visto che la crisi sembrerebbe aver colpito sia le aziende che i lavoratori. 
Chi veramente ha in mano l'economia è sempre al suo posto, comanda e dirige i governi e decide le sorti delle persone. 
Rimangono solo due strade: accettare supinamente il futuro imposto da chi comanda, oppure tentare di darsi un proprio futuro...ma in questo caso serve alzare la testa e riprendersi il diritto di decidere.

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