lunedì 7 febbraio 2011

L'INDUSTRIA E L'UNIVERSITA'

Nel libro di Gallino, La scomparsa dell'Italia industriale, l'autore lamenta come la politica, attraverso scelte economiche, politiche e strategiche dissennate abbia fatto scomparire dall'Italia industrie di grande prestigio internazionale operanti in settori di eccellenza, come l'aviazione civile, la chimica e l'elettronica, non dimenticandosi certo di dividere tale privilegio con una pletora di manager incapaci e asserviti alla politica. Tutto questo, però, pone il nostro paese, nella posizione di  diventare una sorta di colonia, destinata ad essere subordinata ai paesi in cui hanno sede le grandi aziende che decidessero di posizionare da noi le loro filiali, in quanto tutte le  decisioni, in merito ai livelli di occupazione, alle condizioni di lavoro ecc. sarebbero prese altrove. Inoltre ritiene che solo la grande industria ha i mezzi per investire in brevetti. 

Tutto ciò è vero. Ma se siamo la settima o l'ottava potenza economica non lo si deve certo alla grande industria, ma ad una quantità di piccole e medie industrie, che hanno avuto il merito di assorbire i lavoratori disoccupati della grande industria, salvando il capitale di esperienza di tutti quei professionisti e/o lavoratori maturati all'interno di aziende d'eccellenza. Ciò ha concorso a formare i dirigenti e gli operai della PMI. Indubbiamente lo si deve deve ai suoi imprenditori geniali, che conquistano continuamente segmenti di mercato nuovi; lo si deve alle loro capacità innovative e ad un'ottima ricerca e sviluppo, che per adesso ha contrastato la grande industria; soprattutto lo si deve al loro spirito imprenditoriale, perché sanno di dover contare solo su se stessi ed è questo che li porta all'eccellenza e poco importa che sia negli occhiali, nel vino, nell'olio, nei prodotti di articoli odontoiatrici, nella nutella o nei luna park. 

Siamo consapevoli che la quantità di brevetti in Italia è molto bassa e che necessitano capitali che le PMI, singolarmente, non possono permettersi ed è per ciò che saranno necessarie strategie diverse, in cui siano coinvolte tutte le imprese, le università, le associazioni di categoria e, soprattutto, una politica del lavoro che si concentri allo sviluppo della particolare cultura industriale italiana. Si dovranno avvicinare le università al mondo delle imprese e si dovranno costruire associazioni di studio finanziate da ogni impresa, ognuna per la propria parte, e da investimenti statali miranti alla ricerca, cercando di sfruttare le capacità dei nostri giovani laureandi e laureati, creando loro possibilità lavorative di alto livello, così da frenare l'emorragia di "cervelli in fuga". Le università dovranno creare centri di studio, finanziati da soldi pubblici e privati, in cui lavoreranno a progetti di utilità industriale; dovranno sviluppare sia ricerca autonoma che su commissione. Saranno centri in cui le imprese potranno attingere le novità che l'università ha sviluppato. Ogni regione, ogni provincia avrà l'utilità a sviluppare sempre di più la loro università; avrà interesse affinché si raggiunga una sempre maggiore specializzazione e grado di eccellenza, costruendo per i giovani laureati posti di lavoro di alta qualità. Certo, si dovranno stabilire le regole di gestione di questi centri, chi li dovrebbe dirigere, quale dovrebbe essere il grado di partecipazione pubblica e privata; come dovrebbe essere gestito un eventuale brevetto o sviluppo di prodotto; d'altronde questi centri di ricerca devono avere i soldi necessari per lavorare, per cui l'eventuale cessione di utilizzo di  un brevetto o di uno sviluppo di prodotto dovrebbe procurare il denaro necessario al suo mantenimento. Questi centri non dovrebbero essere indirizzati esclusivamente al mondo delle imprese, ma dovrebbero riguardare la medicina, la scuola, l'urbanizzazione, il risanamento ecologico e così via.  Ci sono già centri, si veda l'università di Padova, che stanno operando con le imprese, ma sono limitati, sia in quantità che in settori di specializzazione.  Quello che noi pensiamo è un progetto in cui siano coinvolte tutte le regioni, province, comuni, associazioni e imprese, nel comune intento di fare una ricerca, per ogni settore di specializzazione. Che ci sia un effettivo Ministero della Ricerca e dello Sviluppo, che si prodighi a costruire questi centri, che trovi soluzioni di coinvolgimento università-mondo del lavoro, che indirizzi i settori di ricerca, che trovi i sistemi migliori per far funzionare finanziamenti pubblici e privati; che crei le garanzie e gli strumenti affinché in questi centri sia un vero valore al "meritocrazia". Insomma, dovremo fare sistema  e utilizzare le nostre genialità per controbattere alla grande industria. Le teste le abbiamo, basta non farle scappare, adesso serve l'impegno. 

D'altronde non è sperabile che le PMI, da sole, possano ancora mantenere il passo con le grandi industrie, per cui è doveroso, in un prossimo futuro, che il lavoro e l'università, trovino un sistema di intese che concentri le nostre giovani menti allo sviluppo Italia.




domenica 6 febbraio 2011

LA FLESSIBILITA' DEL LAVORO

Ormai la flessibilità è richiesta da ogni parte, come un qualcosa di inderogabile. Non vi è istituzione nazionale o internazionale, giornale o governo che non invochi quotidianamente l'esigenza, la necessità o l'urgenza della flessibilità per il futuro del lavoro. Società flessibile, lavoro flessibile, tempo flessibile e uomo flessibile sono termini ormai d'uso quotidiano, che possono dar vita a scenari diversi: come fonte di precarietà o opportunità; determinante per la crescita occupazionale o elemento di disgregazione sociale e di maggior impoverimento; utile alla crescita professionale e personale o causa di elevati costi personali.

Affinché sia possibile capire con profondità che cosa sia la flessibilità e i costi umani che ne conseguono bisogna tener conto di molteplici aspetti: sotto quali forme si presenta e quante sono le persone interessate; valutare i costi umani in funzione dei vari sistemi lavorativi o modi di lavorare; la diversità degli oneri conseguenti a seconda del livello di istruzione, di qualificazione, di professione, di genere e di età; e, infine, ma non meno importante, in funzione della storia lavorativa, dello stato di salute e dell'origine etnica.

A fronte delle varie tipologie di flessibilità utilizzate dai vari studiosi, concentriamo la nostra attenzione sulla  flessibilità dell'occupazione e flessibilità di prestazione, che, combinate insieme nella stessa persona, comportano certamente costi rilevanti per la persona stessa. Vediamo nello specifico le due specie di flessibilità, rilevando fin da ora che non è infrequente che la disponibilità ad accettarle sia utilizzata dalle imprese come forma di ricatto per un possibile rinnovo del contratto in essere.

La flessibilità dell'occupazione  si presenta, specie in Italia, sotto fin troppe varie tipologie di contratti lavorativi atipici, che avrebbero il compito di facilitare o incentivare l'occupazione: lavori a tempo determinato o a termine; contratti a tempo parziale; contratti di lavoro in affitto o interinali o in somministrazione; contratti di lavoro a progetto, giuridicamente configurati come autonomi ma, di fatto, designati come parasubordinati, per distinguerli dal lavoro indipendente; contratti di lavoro ripartito, dove due persone si dividono un lavoro a tempo pieno nel giorno o nella settimana: contratti di lavoro intermittente o contratti a prestazione occasionale. L'elemento fondamentale della flessibilità dell'occupazione è l'assoggettamento ai cicli produttivi e la sua più facile attuazione in sistemi in cui sia più facile licenziare o dove siano meno pressanti le norme di tutela della durata dell'occupazione, in ciò esplicitando il lavoro di erosione della politica alle norme delle vecchie tutele per rispondere alle esigenze dell'economia.

La flessibilità di prestazione, invece, riguarda la possibilità dell'impresa di variare i parametri delle condizioni in cui i lavoratori prestano la propria attività: si veda la differenziazione dei salari o la variazione degli orari, per ottimizzare l'utilizzo degli impianti produttivi o per rispondere adeguatamente ai cicli produttivi. Di conseguenza si hanno i lavori a turno; gli orari annualizzati, in cui, la media delle quaranta ore settimanali, viene ripartita nell'anno con settimane a orario più lungo e settimane a orario più corto in base alle esigenze produttive o commerciali; nella grande distribuzione sono frequenti improvvise variazioni di orario in particolari fasce di orario o di giorni in cui il lavoratore da la propria disponibilità; infine i trasferimenti di personale fra reparti o sedi, lo straordinario ecc. La regolazione di questo tipo di flessibilità è data dai contratti collettivi fra sindacati e imprese a livello nazionale e a livello integrativo e anche dalle norme di ciascuna tipologia di contratto.

Accanto all'occupazione instabile e discontinua, con contratti a termine ma gestiti da leggi, esiste anche un mercato parallelo, costituito dall'economia sommersa, dove milioni di persone sono assoggettate all'arbitrarietà del datore di lavoro, che stabilisce le ore da fare, che modula l'entità del salario a suo piacimento, che decide se e quando assumere e licenziare. Milioni di persone che all'instabilità del lavoro uniscono l'assoluta mancanza di diritti. E' talmente forte la connessione e l'intreccio fra l'economia regolare e quella sommersa, che, qualora quest'ultima si fermasse quella regolare ne subirebbe conseguenze; senza considerare la difficoltà a redigere statistiche ufficiali di una certa esattezza a causa dei continui spostamenti di lavoratori fra il sommerso e il regolare, fra il formale e l'informale.

Secondo Gallino, in Italia le persone soggette ad occupazione flessibile sarebbero oltre dieci milioni per cui "sembra dunque di essere in presenza di una condizione sociale più pesante e diffusa di quanto non dicano ogni giorno gli articoli rassicuranti sulla modesta consistenza e stabilità nel tempo del lavoro flessibile, oppure i sagaci commenti sulla 'precarietà percepita' come stato d'animo in fondo immotivato, in quanto non corrispondente alla realtà".

In Italia e in altri paesi europei il diritto del lavoro e la legislazione sul lavoro sono stati le "mura della cittadella" per milioni di lavoratori, che li ha "trasformati in cittadini a pieno titolo, coscienti del ruolo in una società democratica e della dignità che spetta a ogni persona, indipendentemente dal censo e dalla professione" e i lavoratori flessibili "sono una forma di erosione delle mura di questa cittadella, che vi hanno già prodotto crepe vistose, e promettono di continuare l'opera, a fronte di una speranza neppur troppo sottaciuta di vederle infine crollare". D'altronde le ormai antiche tutele sono oggi sicuramente un ostacolo alla sempre più pressante richiesta di modificare gli orari, le retribuzioni e il tempo, a seconda delle necessità commerciali o produttive, e, soprattutto, un ostacolo all'assunzione e licenziamento senza tener conto di leggi e norme. Ed è proprio in funzione di questa progressiva demolizione che si è  continuato a deregolamentare il mercato del lavoro, smantellando la legislazione che proteggeva l'occupazione, così da riportare il lavoro a livello di merce e regolato esclusivamente con i soli obblighi per contraenti che derivano da un contratto commerciale. 


Tra la concezione del lavoro come merce, e quella che ad essa si oppone. le differenze sono sostanziali. Se il lavoro viene considerato una merce, è naturale pensare alla separazione del lavoro stesso dalla persona del lavoratore e, quindi, parlare di mercato del lavoro, dove la merce-lavoro è scambiata allo stesso titolo di ogni altra merce, non tenendo conto delle conseguenze che tale separazione può avere sulla persona. Tutto ciò esenta l'impresa, la collettività e lo Stato dal tener conto della dignità, delle competenze professionali, del futuro e delle relazioni familiari del lavoratore; al limite, qualora succeda qualcosa a livello contrattuale, c'è una messa a tacere della coscienza con gli ammortizzatori sociali, che dovrebbero avere il compito di aiutarlo a ridurre e alleviare le difficoltà.


 Due tipi di contratti evidenziano in modo perfetto quanto sopra esposto, il lavoro a chiamata e il lavoro in affitto.


Il lavoro a chiamata prevede che il lavoratore sia a disposizione dell'azienda e che potrà essere chiamato sul posto di lavoro, per telefono o con un sms e con un preavviso che va da qualche giorno a qualche ora, in certe ore del giorno o in certi giorni della settimana, che non sono quasi mai gli stessi. Talvolta, ma non sempre, il tempo in 'disponibilità' viene retribuito con un quarto del salario medio. Se solo si pensa che non può staccarsi dal telefono a dal cellulare, per non rischiare di perdere sia l'opportunità di lavorare che l'indennità di disponibilità, sempre che gli sia stata concessa, non ci vuole  molta fantasia ad associare questo tipo di lavoro a quella di un qualsiasi altro fornitore, al quale si telefona in qualunque momento della giornata per una fornitura. E poco ci manca per avvicinarlo ad una sorta di condanna agli arresti domiciliari.


Il lavoro in 'affitto', un tempo  chiamato 'interinale' ed oggi in 'somministrazione', ci fa pensare più un tentativo degli addetti ai lavori di dare dignità al termine che non intervenire sulla sostanza del contratto, e, sotto certi aspetti, ci ricorda il cambiamento terminologico da 'spazzino' o 'netturbino' a 'operatore ecologico', senza che al lavoratore, comunque, fosse tolta la scopa. In questa tipologia di contratto, il lavoratore viene assunto da un'impresa, detta 'somministratrice', dopodiché viene mandato a lavorare presso un'altra impresa, la quale utilizzerà il suo lavoro, chiamata 'utilizzatrice'. Quindi il lavoratore dipende da un'impresa, ma lavora per conto di un'altra impresa e da ciò si consegue che il contratto fra le due imprese è un vero e proprio contratto commerciale, analogo a quelli che regolano la cessione di un qualsiasi tipo di merce. 


La prima tappa di ri-mercificazione del lavoro, in Italia, è a seguito del protocollo d'intesa tra governo, sindacati e organizzazioni dei datori di lavoro del 23 luglio 1993, che ha dato seguito alle successive leggi e decreti nell'accrescere la flessibilità dei rapporti di lavoro.


Tutte le leggi e decreti di legge seguiti da tale protocollo non hanno fatto altro che aumentare la flessibilità dell'occupazione e la flessibilità della prestazione., oppure moltiplicando a dismisura i lavori flessibili, per cui si è data mano libera a imprenditori e manager di creare condizioni perenni di lavoro a termine.


Con la legge 30/2003 e in specie il suo decreto attuativo 276/2003 viene abrogata la legge in cui si vietava l'interposizione di terze parti nel rapporto tra il lavoratore e l'impresa, per cui, di fatto, tale abrogazione priva il lavoratore di qualsiasi capacità negoziale nei confronti dell'impresa utilizzatrice, quella in cui effettivamente lavora. Il paradosso sta nel fatto che a tale lavoratore viene concessa la libertà di svolgere attività sindacale, ma viene da chiederci come sia possibile, in concreto, svolgerla. Soprattutto viene da chiederci se chi redige le leggi si pone mai il problema di simulare le conseguenze che tali leggi possano avere sulle persone.


LA SICUREZZA E' UN COSTO?

Spesso ci si  confronta con colleghi e/o piccoli imprenditori i quali si lamentano dell'eccessivo costo della sicurezza, delle pene introdotte per la sua mancata applicazione, delle responsabilità , anche penali, estese anche ai  preposti, qualora non si attivino in modo adeguato o non siano solerti nell'applicazione, tutela, mantenimento e controllo delle sicurezze in ogni ambito lavorativo. Spesso contrappongono, come motivo di esagerazione, il 'niente' di prima e il 'tutto' di adesso. Soprattutto il 'tutto immediato' di adesso.  Ritenendo le attuali norme 'esagerate' e 'limitative' in termini di produttività, come elemento di crescita dei costi e, fondamentalmente, come un aggravio di responsabilità.


Sull'aggravio di responsabilità non ci sono dubbi, ma non dovrebbe essere ritenuto tale, visto che chi lavora lo fa per guadagnarsi da vivere e non per rischiare parti del corpo o la vita stessa. Per cui il compito dei preposti dovrebbe essere quello di cogestire il lavoro con i propri subalterni e di renderlo fluido e libero da ogni rischio possibile.  Per quanto riguarda la limitazione alla produttività, argomento sostenuto in particolar modo dai responsabili di produzione, lo si ritiene fuori posto, perché basterebbe fare o trasformare le macchine e/o attrezzature in macchine e attrezzature 'intelligenti'. Per quanto concerne l'aumento dei costi all'inserimento delle protezioni, di qualsiasi genere si tratti, dovremmo contrapporle ai costi sociali causati dagli incidenti. Quando al mio datore di lavoro fu fatto rilevare che non valeva la pena fare certi lavori di protezione, perché ci saremmo spostati su un sito produttivo nuovo entro pochi mesi, rispose che i lavoratori venivano nella sua azienda per guadagnarsi lo stipendio e non per farsi male.


Una cartiera lucchese, che fa parte di una grossa multinazionale, stabilisce ogni anno un premio per tutti i dipendenti del valore di una mensilità (variabile in più o meno a seconda del raggiungimento, fatto 100 il valore della mensilità). Un target da raggiungere e sul quale la cartiera poggia gran parte dell'entità del premio è sulla sicurezza: ridurre gli infortuni, fino allo zero, intervenendo e suggerendo continuamente miglioramenti in tal senso. Addirittura ha stabilito premi particolari alle migliori idee in termini di risoluzioni dei rischi.


Nelle medie e piccole imprese, in generale, non solo non è argomento del premio finale, sempre che ci sia, ma lo si considera quasi sempre come un costo supplementare. Adesso, che le normative si sono fatte molto stringenti, viene recepito come una forzatura e non è infrequente sentir dire che non è possibile fare la concorrenza a paesi dove queste norme non sanno neanche che esistano. Ma la cosa peggiore, e sarebbe negare la verità, è che ostacoli o limiti alla sicurezza siano causati anche dai lavoratori. Il fatto di rimuovere le protezioni alle macchine per poter lavorare meglio, oppure il mancato utilizzo degli indumenti di protezione, si vedano le scarpe antinfortunistiche o le cinture di sicurezza, per gli addetti che operano sui ponteggi, magari dopo aver avuto cura di installare il cartello delle norme di sicurezza alla base degli stessi, sono , spesso, prese alla leggera e, molto spesso, tollerate da chi avrebbe la responsabilità di verificarne l'utilizzo.


Forse è perché nel 1974 chi scrive ha fatto 25 giorni di ospedale per un'ustione causata dalla pece bollente, a causa di un impianto verso il quale la parola 'sicurezza 'aveva lo stesso effetto dell'acqua santa con il diavolo; forse perché tre anni dopo ha visto sparire in una cartiera un operaio dentro la vasca che triturava la carta da macero; forse perché ha vissuto e visto un'infinità di incidenti e tutti causati da "mancanza di sicurezze", anche le più elementari, che trova assurdo considerare la sicurezza un costo. Per l'incidente della pece bollente sarebbe bastato un manometro per segnalare la presenza della pressione, che oggi potrà costare qualche euro; oppure, nel caso dell'operaio della cartiera, sarebbe stato sufficiente una ringhiera di economicissimo ferro, alta 1 metro e sullla porta di accesso un sensore di controllo che ne bloccasse l'apertura o spegnesse il macchinario. . 


Durante un sopralluogo presso un fornitore, si fece notare al responsabile di produzione che era pericoloso far lavorare l'operaio alla pressa con la protezione dello stampo aperta. Ci rispose che non c'erano problemi in quanto per movimentare la pressa era necessario utilizzare entrambe le mani (c'erano due comandi da premere contemporaneamente) e la protezione rimossa facilitava l'estrazione del pezzo sagomato. In seguito, si venne a sapere che quell'operaio si era tranciato un dito; uno di quelli che utilizzava per  togliere il pezzo dallo stampo. E' indubbio che se ciò è successo è anche causa di una manomissione effettuata dall'operaio, come tentava di discolparsi il responsabile, ma se non gli avesse concesso di tenere aperta la protezione, anzi e non solo, se avesse provveduto anche a fare uno stampo intelligente e cioè con 'un'espulsione intelligente' del particolare sagomato, senza farci mettere le mani, non avrebbe subito le giuste conseguenze e l'operaio avrebbe ancora il suo dito. 


Gli esempi sopra riportati sono specifici, forse banali, ma con conseguenze terribili, e ciò che rende assurdo e intollerabile è che la sicurezza sia resa banale. Sicurezza non è solo proteggere le macchine in modo  che non possano arrecare danni; sicurezza è soprattutto informare il personale sui pericoli; sensibilizzarli alla necessità di indossare l'abbigliamento idoneo; è creare un ambiente sensibile alla sicurezza. Sensibilizzare i lavoratori alla sicurezza vuol dire anche che debbono avere il "potere" di rifiutarsi di fare un lavoro o manutenzione "ritenuta pericolosa", fino a quando i termini di tale pericolo non sono stati adeguatamente rimossi e verificati dal responsabile,dalla proprietà e dai rappersentanti sindacali o dei lavoratori. Se ciò non diventa una regolare prassi, si instaura un tacito e "maledetto" accordo fra la "tolleranza alla sicurezza" e una maggiore produzione o un risparmio sulla manutenzione, e, molto spesso, il lavoratore non ha mezzi o potere per fare diversamente, per cui sottovaluta l'effettivo rischio e decide di sottostare a certe condizioni piuttosto che rischiare il lavoro. Ora, siccome il lavoro è un diritto di ogni lavoratore, ma non può avere lo stesso valore di una mano, di un occhio o della vita, è legittimo che il "rifiuto" a un lavoro pericoloso diventi un "diritto del lavoratore". Questo "diritto", a nostro avviso, varrebbe molto di più che decine di leggi o leggine in merito. Se due operai entrano dentro un silos per la pulizia, ci deve essere almeno un terzo per il controllo dei due che sono dentro e deve essere approntato un sistema di evacuazione rapida in caso di necessità, pur ritenendo quest'ultima un'estrema eventualità, se si sono prese le normali precauzioni alla manutenzione da effettuare. Ciò che è veramente pericoloso è la superficialità al pericolo: spesso si tende a ritenere eccessive certe precauzioni, visto " che si è sempre fatto e non è mai successo niente". Ciò che non succede in dieci anni, purtroppo,succede in un minuto e questo dovrebbe essere il pensiero costante di chi è preposto alla sicurezza.


Se la sicurezza è 'sempre un argomento' e viene, quindi, controllata e aggiornata, non è un costo, anzi, è un sistema di miglioramento di vita aziendale. La sicurezza è un costo quando non c'è; quando è necessario inserirla dove non c'è mai stata e quindi mai progettata. 


Con il termine sicurezza non si intende solo protezioni, ringhiere, elmetti, scarpe antinfortunistiche, semafori o altro, ma sicurezza è anche creare un ambiente vivibile. Se si hanno le protezioni alle macchine, ma si lavora in un ambiente con 50°C, la causa dei rischi è diversa, ma c'è. Sicurezza è anche rimuovere le cause di stress.


La sicurezza è una cultura che dovrà entrare sempre più nelle imprese, anche le più piccole, anzi dovrà essere un elemento di vanto, per le aziende, dire di non avere incidenti sul lavoro e un ambiente vivibile. Per altro è veramente assurdo che la sicurezza in generale, prima ancora che sul lavoro, non sia materia di insegnamento, non fosse altro che per la enorme quantità di giovani morti sulle strade, per gli incidenti nelle case o nei lavori del fai-da-te casalinghi.





















sabato 5 febbraio 2011

WELFARE: "un diritto di proprietà sociale?"

Secondo Zygmund Bauman il concetto di welfare state si basa sull'idea "che lo Stato abbia l'obbligo e il dovere di garantire il 'benessere' e non soltanto la mera sopravvivenza, a tutti i cittadini, ovvero un'esistenza dignitosa, secondo gli standard di una data società in una determinata epoca". La descrizione dello Stato sociale, se si assume che è l'essenza del diritto al lavoro e della cittadinanza sociale, lo si ha nel 1948 quando fu sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo "Ognuno ha diritto a un lavoro, a scegliere liberamente la propria occupazione a condizioni di lavoro giuste e vantaggiose, ed essere protetto dalla disoccupazione". Come ricorda Accornero, in Europa il diritto al lavoro è un vero e proprio diritto di cittadinanza, cioè il diritto al lavoro, a un impiego al di là del diritto di guadagno che deriva dal lavoro, quindi "la disoccupazione di massa diventa una inadempienza sociale", ma, rileva ancora Accornero, i due diritti non sono coincidenti in quanto "La cittadinanza sociale poggia sul lavoro, vale a dire sull'esistenza di un rapporto di lavoro, ma anche sul non lavoro, vale a dire sul diritto di ottenere un lavoro [...] La cittadinanza sociale, d'altro canto, non crea delle obbligazioni specifiche per lo stato, mentre il diritto al lavoro le crea, per lo meno come 'occupatore di ultima istanza' [...] La cittadinanza sociale ha una falla che il diritto al lavoro non ha: siccome si fonda su premesse materiali che la rendono possibile, nel caso il diritto al lavoro rimanga inadempiuto essa lascia privi di cittadinanza quei cittadini disoccupati da lungo tempo, che in Europa potrebbero diventare 'underclass', o una non-classe".
Nel secolo scorso il welfare state ha riscosso un ampio consenso per la tacita intesa fra le classi sociali e anche perché per quanto onerosi, come scrive Bauman, i costi dei servizi sociali "erano considerati dalle imprese come dei buoni investimenti, poiché se esse intendevano espandersi dovevano assumere personale, e dovevano reclutarlo fra le file dell'esercito di riserva dei beneficiari dell'assistenza pubblica".
Si era cercata la piena occupazione e protezione con un compromesso sociale, che aveva conciliato lavoro e non lavoro, impiego e sicurezza e che non potranno essere abbandonate per seguire chi suggerisce di adeguarsi al mercato e alla globalizzazione. Scriveva Karl Polanyi "Un mercato autoregolantesi richiede niente meno che la separazione istituzionale della società in una sfera economica ed una politica" poiché "un'economia di mercato può esistere soltanto in una società di mercato".
Leggendo su La Stampa l'articolo relativo all'uscita del rapporto Svimez, in cui si evidenzia che al sud una famiglia su cinque non può pagare il medico, che l'8 per cento delle famiglie rinuncia al cibo, che un meridionale su tre è a rischio di povertà, che fra il 2008-2009 il sud ha perso più di centomila occupati ( -12 per cento), che dal 1990 al 2009 quasi due milioni e quattrocento mila persone hanno abbandonato la loro terra in cerca di lavoro e che nel 2009 sono state cento quattordici mila, ci viene alla memoria ciò che scrive Bauman "siamo franchi, non c'è nessuna 'buona ragione' per cui dovremmo essere custodi di nostro fratello, avere cura di lui, essere morali e in una società orientata all'utile i poveri e gli inattivi, privi di scopo e di funzione, non possono contare su prove razionali del loro diritto alla felicità. Si, ammettiamolo, non c'è alcunché di 'ragionevole' nell'assumersi la responsabilità, nel prendersi cura degli altri e nell'essere morali. La morale non ha altro che se stessa per sorreggersi: è meglio avere a cuore qualcosa che lavarsene le mani, anche se questo non arricchisce le persone e non incrementa la redditività delle aziende".
In Europa c'è la propensione a voler diminuire l'intervento pubblico anche se, ad onor del vero, nella relazione Ocse, relativa all'andamento del 2009, si consiglia una pallida inversione di marcia. In definitiva ci chiediamo con quali mezzi è possibile fronteggiare il problema della disoccupazione se non con adeguate politiche pubbliche. E' compito dello Stato fare in modo che l'economia crei posti di lavoro o, in caso contrario, deve essere suo compito farlo. Deve saper gestire, magari insieme alle rappresentanze dei lavoratori, i fabbisogni necessari, i posti di lavoro domandati e offerti e deve supplire alle mancanze del settore privato attraverso opere pubbliche  o lavori/servizi di pubblica utilità. In caso contrario, scrive Accornero "è meglio considerare il diritto al lavoro ( ma anche la cittadinanza sociale) come un obbligo morale, 'virtuale', cioè 'platonico' [...] Bisognerà rivalutare il part-time e considerarlo una soluzione e, forse, [...] si sarebbe potuto ridurre il lavoro nero". Certamente lo Stato sociale, il cui ulteriore ridimensionamento esporrà a crescenti rischi e dunque costi sociali, dovrà essere rivisto, ma la crisi dello Stato sociale non è imputabile agli incentivi per l'occupazione o per combattere la disoccupazione, ma alla mancanza di prodotto. Per aumentare l'occupazione è necessario alzare la domanda di lavoro e ciò non si fa "diminuendo la durata del lavoro e distribuendola su un numero maggiore di addetti [...] Quel che viceversa serve all'Europa è un netto aumento del valore prodotto, in quantità e qualità. Senza questo risultato non c'è salvezza".
Quindi per incrementare il lavoro, sono necessarie delle politiche pubbliche e l'intervento dello Stato, come ad esempio gli incentivi per il lavoro a tempo parziale, servizi sociali come la maternità e gli asili nido, che servono come sostegno al lavoro delle donne, anche se, dobbiamo convenire, le posizioni sono molto critiche, in quanto l'incentivazione di per sé, senza cambiamenti strutturali nonché culturali, non produce mutamenti di lunga durata, ma solo opportunità di profitti economici momentanei, finendo per indebolire ulteriormente le fasce più deboli, tra cui annoveriamo le donne; necessitano politiche per incentivare l'occupazione o per combattere la disoccupazione. L'Ocse divide tali politiche in 'misure attive e misure passive'.
Fra le misure attive troviamo: 
1. amministrazione e servizi pubblici per l'impiego;
2. formazione al mercato del lavoro: per gli adulti occupati, per i disoccupati e per i soggetti a rischio;
3. iniziative per i giovani: misure per i soggetti disoccupati e sostegno per l'apprendistato;
4. impiego sussidiato: sostegno a disoccupati che avviano un'impresa, creazione di posti di lavoro nel 
    settore pubblico e non-profit, sussidi all'occupazione nel settore privato;
5. misure per disabili: lavori per disabili e riabilitazione professionale.

Fra le misure passive troviamo:
6. sussidi ai disoccupati
7. prepensionamenti: a seconda dell'andamento del lavoro

Le politiche attive sono indubbiamente più costose e impegnative delle passive, ma sono generalmente molto più efficaci nella lotta contro la disoccupazione. In effetti, almeno per il 2009, solo tre paesi europei hanno investito più dell'1 per cento del Pil: Belgio, Olanda e Danimarca. L'Italia ha investito, fra misure attive e passive, l'1,26 per cento del Pil ( al di sotto della media europea) mentre la Danimarca ha investito il 2,56 per cento. Se consideriamo, che oltre a investire poco in politiche pubbliche, si trova una disoccupazione da più di 6 mesi del 61,5 per cento ( solo Ungheria, Portogallo e Rep. Slovacca sono più alti) che è, rispetto alla media Ocse di 21,4 punti percentuali in più; che la disoccupazione da più di dodici mesi è del 44,4 per cento ( solo la Rep. Slovacca è più alta) e, rispetto alla media Ocse, ci sono ben 20,9 punti percentuali in più, allora dire che è una situazione socialmente inaccettabile è un eufemismo. 
Per Solow, le politiche attive del lavoro "sono indispensabili innanzi tutto per far fronte all'esistenza del conflitto tra due norme sociali, il desiderio di autosufficienza degli individui in una società moderna e l'altruismo dei contribuenti [...] ma senza 'l'aggiunta di altri ingredienti', la pura e semplice sostituzione del sussidio con lavoro contribuirà semplicemente alla trasformazione del welfare in disoccupazione, redditi bassi e irregolari, al di sotto dell'accettabilità sociale". Gli ingredienti proposti da Solow sono due, creazione di posti di lavoro sufficienti e quello che lui chiama del "packaging, ossia un sistema misto di lavoro e welfare per contrastare le tendenze di salari bassi e irregolari".
La necessità di un giusto equilibrio fra lavoro e welfare è al centro del rapporto curato da Alain Supiot per la Commissione europea, Il futuro del lavoro, nel quale evidenzia come si debba tener conto, in termini di diritto del lavoro, dell'attuale flessibilità ed incertezza, che fanno espandere forme di lavoro flessibile autonomo, improntato allo scambio fra autonomia e incertezza, in contrapposizione al modello fordista, improntato allo scambio tra subordinazione e stabilità; infatti scrive Supiot "Le nuove configuarazioni del potere, così come i nuovi equilibri tra autonomia del lavoro e protezione sociale e giuridica nelle relazioni di lavoro, possono pertanto presentarsi in maniera molto diversa e richiedere richiedere risposte giuridiche altrettanto diverse".  Da ciò la necessità di difendere lo status professionale del lavoratore dalla discontinuità dell'impiego. Supiot propone i Diritti di prelievo sociale: "Questa nuova condizione professionale delle persone deve integrare le esigenze della libertà del lavoro, intesa come libertà concreta, facilitando il passaggio da un tipo di lavoro a un altro [...] attraverso crediti orari [...] congedi speciali e il diritto di assenza [...] i crediti di formazione, le banche del tempo, gli aiuti ai disoccupati che creino o riprendano un'impresa, gli assegni di formazione ecc. Stiamo senza dubbio assistendo all'apparizione di un nuovo tipo di diritti sociali, riferiti al lavoro in generale ( lavoro nella sfera familiare, lavoro in formazione, lavoro volontario, lavoro indipendente, lavoro di pubblica utilità ecc.). L'esercizio di questi diritti è vincolato dai vincoli di una costruzione realizzata precedentemente, ma la loro realizzazione deriva da una libera decisione dei loro titolari e non dal risultato di un rischio".
La copertura finanziaria di tali diritti dovrà essere garantita da più fonti: Stato, sicurezza sociale, organismi mutualistici paritetici, imprese, lavoratori ecc. 
Castel propone la costruzione di un diritto di proprietà sociale, equivalente alla proprietà privata, in modo da far fronte "alle difficoltà crescenti di protezione dai rischi sociali classici"  e quindi contrastare quelli che lo stesso Castel definisce come "fattori di crescente 'insicurezza civile'". Ma questi diritti di proprietà sociale sarebbero soprattutto indispensabili per far fronte, com scrive Negrelli, " alla nuova generazione di rischi: industriali, tecnologici, della salute, naturali ecc., fonte di quella 'insicurezza sociale' strettamente, e in maniera irreversibile, connessa alla nuova società del rischio definita da Beck". 
Per Solow il welfare deve evitare "un mercato lasciato libero di agire (che) abbandona una certa porzione di cittadini, che spesso include numerosi bambini, in uno stato di profonda indigenza", e deve far sperare, anzi, come scrive Supiot, gettare le basi in una nuova figura "quella di un lavoratore che riesca a conciliare sicurezza e libertà".


Il mercato del lavoro

Se per Accornero il mercato del lavoro è "quel luogo dove la forza lavoro viene comprata e venduta dopo che la domanda e l'offerta si sono incontrate"  e per Negrelli è "il luogo di formazione e di scambio sociale delle 'capacità di lavoro' che definiscono le sue dimensioni del saper fare e del saper essere", per Mingione e Pugliese, proprio per la particolare merce trattata, "l'applicazione automatica dell'idea di mercato al mercato del lavoro è alquanto inappropriata e [...] il fatto che la merce non sia separabile dal proprietario implica che la relazione sociale tra le parti non si esaurisce al momento dello scambio [...] ed è solo nella misura in cui il lavoro è visto come lavoro astratto si può parlare effettivamente di mercato del lavoro.La capacità lavorativa diventa merce".
Per Robert Solow il mercato del lavoro è "un'istituzione sociale, in quanto la particolare merce si  organizza e crea rappresentanze, che hanno un ruolo rilevante [...] nella contrattazione del salario e delle condizioni di lavoro". Il mercato del lavoro non è un luogo di equità e giustizia, per cui sono importanti le regole dettate dai governi e dalla Comunità europea al fine di ridurre il libero gioco della domanda e dell'offerta, "negando la sua totale mercificazione". E' per questo che rimane sempre attuale e illuminante ciò che scrive Polanyi, al di là che il lavoro venga considerata una 'merce' o una 'merce particolare': permettere al meccanismo di mercato di essere l'unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell'impiego del potere di acquisto porterebbe alla demolizione della società. La presunta merce 'forza-lavoro' non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire anche sull'individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. Nel disporre della forza-lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l'altro dell'entità fisica e morale 'uomo' che si collega a questa etichetta".
Gli andamenti del mercato del lavoro sono soggetti a vari elementi, quali i requisiti richiesti in un dato momento, dalla disponibilità della domanda e dell'offerta di lavoro in un dato periodo e in una data località, senza dimenticare di tener conto, come scrive Accornero, dei dati di "flusso che danno conto dei cospicui e continui movimenti che avvengono sui mercati del lavoro [...] donne e uomini entrano ed escono dalle forze di lavoro; perdono l'impiego restando disoccupati finché non ritrovano un altro posto; [...] passano dall'industria al terziario; [...] passano da operai a impiegati". Importante è anche la selettività dell'offerta di lavoro in quanto "le scelte dei soggetti sono collocate entro reti di relazioni sociali, sistemi di vincoli e fattori culturali che influenzano più di ieri".
Sul mercato del lavoro vi sono lavori più professionali di altri, più o meno retribuiti, più o meno forti e "tale complessità non può venire semplificata con teorie dualistiche che si limitano a separare il mercato principale con quello secondario [...] Infatti c'è una segmentazione in strati e nicchie fra loro comunicanti", si pensi agli studenti-camerieri, tutto ciò rende complessa la determinazione del salario, tanto da indurre C.Kerr a parlare di 'balcanizzazione' del mercato del lavoro.
Il doppio lavoro è una conseguenza di tale segmentazione, come molta dell'economia informale è causa più della complessità che non dell'illegalità e scrive Alain Supiot "Il doppio lavoro o l'occupazione in nero divengono così strategie perfettamente razionali da parte dei lavoratori, che conducono allo sviluppo di un settore informale, addirittura illegale, in cui la popolazione precarizzata esercita un secondo lavoro" e sottolinea Daniel Mothé "che la 'detaylorizzazione' del lavoro conduce ad una crescita della parte del 'lavoro invisibile' nella vita dei lavoratori [...] Tale concorrenza si concretizza essenzialmente al di fuori delle ore ufficiali. Ciò significa che il tempo di lavoro effettivo corrisponde, nella società post-industriale, sempre meno alla sua durata ufficiale".
Secondo Reyneri: "se si osservano i dati di occupazione e disoccupazione a livello comparato, appare in maniera evidente che i mercati del lavoro sono 'prodotti' specifici di ogni società".
Come ricorda Serafino Negrelli, è solo considerando i mercati del lavoro come costruzioni sociali che si possono dare "risposte pertinenti, utili per gli interventi di politica pubblica e per capire perché ci sono tassi di disoccupazione diversi da paese a paese, si capisce il perché delle differenze salariali e [...] L'analisi dell'evoluzione dei vari mercati nazionali è altrettanto importante per definire i caratteri fondamentali in quanto prodotti delle diverse formazioni socio-economiche".

martedì 1 febbraio 2011

Cos'è cambiato?

Sia il lavoro che le imprese si sono dovute adattare ad un mercato sempre più nevrotizzato, diventando flessibili e pronte a rispondere alle sollecitazioni che quest'ultimo le impone. Ciò si è ripercosso anche sul mercato del lavoro e sul lavoratore, obbligandolo, a sua volta, a diventare flessibile. Aris Accornero, in Era il secolo del lavoro, scrive"Il mondo della produzione passa dalla 'scala' allo 'scopo' [...] e le imprese tendono a concentrarsi sul core business e, al tempo stesso, a essere più aperte verso l'esterno, anche perché l'interdipendenza e la complementarità pagano". E' importante rilevare che le imprese di servizi diventano non solo numericamente più rilevanti delle imprese di produzione, ma, spesso, è proprio nelle prime che si evidenziano lavori e forme produttive pre-industriali. Senza contare che non è infrequente che facciano da cuscinetto alle imprese a cui prestano servizi quando il lavoro tende a diminuire. quando il lavoro diminuisce, l'impresa produttiva tende a riportare al suo interno il lavoro, lasciando all'impresa di servizi l'onere di gestire gli eventuali 'esuberi'. Quello che è certo, scrive Accornero, è che "anche se non è detto che sia una vittoria o una rivincita del capitale sul lavoro, è un fatto che queste novità portano una marcata impronta padronale e capitalistica, mentre negli anni '70 avevano un'impronta operaia e sindacale".
Il ridimensionamento, al quale si sottopongono le imprese, per diventare più maneggevoli e per ridurre le diseconomie, spesso su traduce in accentuata nati-mortalità, attraverso cessioni, fusioni, cessazioni ecc. Ma questa esigenza nasce soprattutto dal fatto che in periodi di recessione economica le imprese di dimensioni minori hanno avuto maggiori prestazioni.
Per quanto riguarda l'Italia, le fabbriche tendono a diventare sempre più snelle ed essenziali, sia nelle dimensioni che nei magazzini, avendo cura di mantenere scorte minime e, soprattutto, cercando di evitare ogni forma di spreco. E' attraverso soluzioni tecnologiche essenziali e un'organizzazione snella che si mira a tempi di fabbricazione e di immagazzinamento rapidi e attenti alle esigenze del mercato,recuperando costi di produzione e ottenendo più competitività con l'imperativo di produrre per il mercato e non per il magazzino.
Quando, riferendosi alla sinistra italiana e agli intellettuali cosmopoliti, Accornero scrive "hanno coltivato pregiudizi verso imprese che, oltre ad aver un costante saldo occupazionale positivo, costituiscono l'humus economico-sociale di aree in crescita e di sistemi produttivi capaci di emulare le grandi dimensioni. Basta guardarsi intorno: dove non c'è sviluppo è proprio perché mancano le piccole industrie", non possiamo che concordare, ma dobbiamo altresì evidenziare che queste nuove imprese, snelle e reattive, hanno ridotto la forza contrattuale, i vantaggi retributivi e il peso sociale degli operai che vi lavorano. Senza contare tutta la massa di lavoratori che operano in settori e lavori pre-industriali e di bassa qualità, per non parlare di tutti quei lavori di servizi, nei quali la mano d'opera è mal pagata o soggetta ai lavori atipici.
Nel periodo taylor-fordista si pensava all'automazione per ridurre la forza-lavoro, oggi, invece, la si ottiene ristrutturando oppure dando all'esterno il lavoro che rende meno o si compra a minor costo, per cui, come scrive Accornero "ciò che regge e guida lo smagrimento è infatti il procedimento just-in-time, contrapposto a quello tradizionale o just-in-case".
Gli uffici sono organizzati e informatizzati per poter dialogare con tutto il mondo in tempo reale. Anche i reparti produttivi sono ben organizzati, ben strutturati e più vivibili, per rispondere alle esigenze di grande produttività, unita alla variabilità del prodotto. Tutto ciò porta a dire che il lavoro è meno faticoso e sicuramente meno pericoloso, ma non certo più sicuro in termini di posti di lavoro.
Nelle imprese nelle quali sono state introdotte le nuove tecnologie si è ridotto il lavoro manuale e i lavori che richiedono la manualità, facendo sparire interi mestieri. Oggi si lavora con meno fatica e meno  sudore grazie alla tecnologia studiata e progettata per ridurre i posti di lavoro in quanto, come osserva Accornero "il progresso nel lavoro umano si misurava in termini di risparmio di addetti che non di riduzione del sudore", ma, come abbiamo rilevato in precedenza, accanto a settori in cui il ruolo della tecnologia è tale da rendere il lavoro 'meno faticoso' convivono lavori e settori produttivi pre-moderni in cui la fatica è ancora predominante e la qualità del lavoro è molto bassa.
Nell'impresa snella si prediligono i compiti cooperativi a quelli esecutivi, anche se oggi sono concentrati solo su certi profili lavorativi e professionali; si richiedono attitudini polivalenti più che specializzate, e ciò rende il lavoro meno monotono e più intercambiabile; si incoraggia il lavoro di gruppo, le gerarchie sono quasi livellate e il lavoro si basa sempre più sulle competenze che non sul compito, e ciò fa sì che sul mercato del lavoro si ricerchino lavoratori con particolari caratteristiche.
Anche se solo per una questione utilitaristica, le imprese hanno bisogno di lavoratori preparati e interessati alla gestione e alla cooperazione, perché è solo in questo modo che riescono a gestire le continue sollecitazioni e richieste del mercato; è solo attraverso l'elasticità del mestiere o professione che riesce a ridurre i tempi fra la richiesta, la progettazione e la produzione. Questo coinvolgimento, voluto o subito, da parte del capitale, naturalmente porta a una maggiore professionalità o, per meglio dire, porta i manager a dover spartire le conoscenze progettuali e direzionali. Quel che invece è discutibile, per parte nostra, è la tipologia di cooperazione e partecipazione messa in atto, in termini di profondità, che dovrebbe essere intesa anche in termini di partecipazione agli utili e di partecipazione alle strategie aziendali, ma, soprattutto, dovrebbe interessare tutte le maestranze e non solo il team work.
Se, da una parte, è innegabile che il lavoro è migliorato sotto l'aspetto della fatica e del sudore e che ci siano maggiori attenzioni ala sicurezza ambientale, dall'altra, non si può dire la stessa cosa circa la partecipazione a tutti  i livelli del ciclo produttivo. Nascono lavori nuovi, in termini professionali, progettisti, addetti alla certificazione, addetti alla sicurezza, addetti alla gestione dei rifiuti ecc., dei quali il management non può farne  a meno di coinvolgerli nella gestione, per cui c'è il rischio che la crescita professionale si concentri solo in una gorziana élite, lasciando i rimanenti lavoratori in un 'coinvolgimento forzato'. Il fatto che il lavoratore intervenga di sua iniziativa a riparare un problema sulla linea di produzione non è perché è 'coinvolto', ma solo perché 'è stato istruito a farlo'. Nelle fabbriche taylor-fordiste si insegnava solo pochi movimenti e poi era la catena di montaggio che dettava i tempi: i problemi dovevano essere risolti da altri e i difetti di produzione si sistemavano con i pezzi di ricambio, subordinando la qualità alla quantità. Nella produzione snella si insegna ai lavoratori come intervenire sulla linea, perché intervenire e, soprattutto, che è necessario intervenire. Ciò permette di risolvere subito il problema tecnico o di qualità, riducendo i tempi d'intervento da parte di tecnici interni o esterni, ed evitando successive contestazioni dei clienti ed eventuali interventi post-vendita. Di conseguenza si ha una maggiore professionalizzazione, ma non un profondo coinvolgimento cooperativo e partecipativo del lavoratore.
Pur consapevoli che la qualità totale molto spesso è stata usata solo come biglietto da visita e per la gestione del personale, ha tuttavia introdotto nell'impresa l'importanza della qualità, ma, a livello della produzione, non si è certo dimenticata della quantità. Nella produzione snella non si produce meno, semmai si produce meglio. La Qualità totale non ha subordinato la quantità alla qualità, semmai le ha messe sullo stesso piano. Pur riconoscendo che oggi i lavoratori, in qualche modo, sono più partecipi alla produzione, e hanno più libertà di intervento, evidenziamo solo che se non si attiva una vera partecipazione e un vero coinvolgimento si ha la sensazione che gli si sia detto di non tenere più la testa bassa solo perché ciò è più utile all'impresa. E' solo in questi termini che concordiamo con Accornero quando scrive "Naturalmente l'impresa può ritenere che questo costa troppo, ma allora deve anche sapere quanto le costerà il negarlo [...] Molto dipende dall'impresa per come opera a cercare la cooperazione". 

domenica 30 gennaio 2011

La busta paga

Molto spesso, mentre scrivo di lavoro, mi viene in mente quanto fosse diverso quando ero giovane, in termini di rapporti, sicurezza, tecnologia e aspettative; ma una cosa non è cambiata con la situazione attuale: il problema dei giovani. Prima, la loro turbolenza e le loro richieste andavano verso la direzione del miglioramento di vita, oggi il problema è assai più grave: quale futuro?