martedì 11 ottobre 2016

Due parole sui giovani: spero la minoranza

In questi anni ho visto molti ragazzi in cerca di lavoro, di diverse nazioni, religioni e grado di istruzione; di ogni tipo, alti, bassi, magri e grassi, simpatici e meno, spigliati o intimoriti oltre misura; dai comportamenti educati, aggressivi, arroganti o sfiduciati, quasi incazzati contro tutto e tutti, qualcuno anche pronto a sfidare quel vecchio “bastardo” che è messo lì a giudicare… che poi nessuno gli dà il diritto di giudicare… e che si permette di decidere se farti lavorare o meno…senza conoscere, senza sapere niente delle loro storie, solo per quel cavolo di esperienza vissuta…lui che non solo ha avuto la possibilità di farsela, ma che anche ha contribuito a negare, forse rubare, il nostro futuro!

E’ vero! Decidere non è facile, soprattutto se davanti hai un ragazzo che cerca lavoro e tu vorresti darglielo, ma loro sono venti e i posti due! Tu cerchi ragazzi disposti a fare i tre turni (mattino, pomeriggio e notte), e ti accorgi che il 50% ha lasciato il colloquio; allora avverti i rimasti che potrebbe anche capitare di poter lavorare qualche sabato mattina…raro ma possibile! E un’altra bella fetta rinuncia e se chiedo perché…non tutti…ma qualcuno mi spiega che la vita è fatta anche per viverla…che i turni condizionano le altre loro attività.
Certo che non sono tutti così. Ci mancherebbe! Generalizzare sarebbe un errore, ma spesso mi sono chiesto se sbagliavo il mio approccio con loro o se dipendeva da un comportamento non idoneo, visto che per anni mi è stato sempre difficile trovare facilmente giovani interessati al lavoro che proponevo. La costante è sempre stata: il 50% lo perdevo alla presentazione dei turni; un ulteriore 25% lo perdevo nell’informarli che ci sarebbe stata la possibilità di dover lavorare qualche sabato mattina; sul rimanente 25% svolgevo i regolari colloqui e proponevo un periodo di prova a quelli che, seppur con i miei limiti, ritenevo più adatti al lavoro.  Non voglio descrivere il lavoro, perché sembrerebbe una “voluta forzatura” per dare risalto a ciò che voglio sostenere, ma non ho dubbi che si tratta di un lavoro pulito, tecnico, qualificante e che necessità di volontà, impegno e determinazione. Del 25% finale ne rimaneva a malapena 2-3 ragazzi, per cui la scelta diventava naturale. Dimenticavo: su tre ragazzi, se non tutti, almeno due erano/sono extracomunitari!
Talvolta leggo commenti fin troppo superficiali e sinceramente non mi interessa aggiungere il mio, perché chi legge si divide in chi crede o meno, e questo al di là di chi scrive o cosa scrive, per cui non ha senso perdere tempo a cercare di convincere, ma una cosa tengo a sottolineare: ho sempre dedicato molto tempo alle loro storie! E credo che una di queste potrebbe essere una chiave di lettura o, quanto meno, una delle possibili!
Halili è un nome inventato di un ragazzo albanese di 20 anni. Mi racconta la sua storia e mi dice che “vuole il lavoro perché ne ha bisogno. Perché i suoi genitori sono tornati in Albania e lui non ha intenzione di farlo e deve mantenersi da solo e vuole farsi una vita indipendente”. Un ragazzo sveglio, tra l’altro parla molto bene l’italiano, e che pare vendersi molto bene…sfidandomi di provarlo ed eventualmente, se non contento, se ne sarebbe andato!
Lo metto in prova e dopo la prima settimana non viene per due giorni. La cosa mi infastidisce perché lo avevo ritenuto un bravo ragazzo, tecnicamente valido e non capivo perché non mi avesse chiamato. Evito i demenziali commenti di alcuni colleghi, ma ormai è consolidato che in ogni famiglia i deficienti non mancano, e cerco di mettermi in contatto. Finalmente lo trovo attraverso l’agenzia che l’aveva mandato, mi dice che il lavoro gli interessa molto e che mi avrebbe spiegato il motivo dell’assenza al suo rientro il lunedi successivo. Non nascondo che, pur sentendo ansia nel suo parlare, non ero molto disposto a “capire” il suo atteggiamento, perché sarebbe bastata una telefonata. Il pomeriggio dello stesso giorno ricevo una telefonata dall’agenzia, che mi racconta cosa era successo, pregandomi di non far sapere niente ad Halili…perché si vergognava moltissimo. 
In pratica i genitori se ne sono tornati in Albania senza lasciargli un soldo; concorda con il vecchio proprietario del mini appartamento una cifra provvisoria fino a quando non trovava di nuovo un lavoro. A distanza di 15 giorni dalla partenza dei genitori, il padrone di casa gli alza l'affitto e il ragazzo lo prega di attendere un attimo, che era in prova in una nuova ditta (dandole anche il nome!) e che pareva molto interessata a tenerlo e che in quel momento non aveva i soldi a sufficienza.  Per tutta risposta il giorno dopo, mentre era a lavorare, le sue valige vengono messe fuori dal portone d'ingresso del palazzo! Per due giorni Halili  dorme nell'ingresso del palazzo e il terzo giorno va alla Caritas per avere almeno un letto. E' tornato al lavoro, raccontandomi tutto, senza vergognarsi, e, alzandosi dalla sedia, mi ha detto: "Questo lavoro non lo lascio ! Mi serve...è vita per me!" 
Non so se sarà sempre così determinato, ma è certo che la grinta e la passione che ci mette difficilmente è superabile. Un ragazzo di vent'anni che ha vissuto la strada, che ha vissuto alla Caritas e che ha conosciuto e subito la cattiveria difficilmente la dimentica. Il lavoro deve essere parte della vita di un uomo e guai se fosse la vita, ma se non c'è difficilmente c'è vita!
Credo che molti giovani, sicuramente la minoranza, se togliamo le migliaia di ragazzi che se ne vanno in cerca di lavoro all'estero e quelli che inizialmente si adattano a ciò che trovano per migliorare in futuro, dovrebbero riflettere molto quando decidono di non prendere un lavoro che ritengono poco idoneo o che limita il tempo libero o non consono alle loro aspettative. E' indubbio che ognuno  è libero di scegliere, di decidere del suo destino, ma è altrettanto indubbio che se non lavorano, per quanto poco o male, mai avranno la possibilità di sperare e, soprattutto, di essere partecipi di qualcosa che se unito diventa forza prorompente che riesce anche ad alzare la voce per pretendere il diritto di lavorare. Entrare nel mondo del lavoro, fosse anche inizialmente a zappare la terra, e pur laureati, è sempre meglio che rimanere seduti in casa o al bar, perché consente la possibilità di confrontarsi, parlare, discutere e decidere con altri  come fare per chiedere ciò che non viene dato. Da soli si vale meno di uno, ma in tanti si diventa esercito e se numeroso e convinto diventa forza, che chiede ed ottiene. 
Bisogna avere fame e non solo di lavoro, ma di ciò che con questo si conquista; perché consente autonomia, aggregazione (basta cercarla!) e forza per poter creare la libertà del dopo lavoro. La ricerca della vita facile, della ricchezza senza lavorare o senza sforzo è solo una bugia e non esiste. E' possibile solo sfruttando gli altri, i più deboli o gli "sfigati", ma non potrà durare in eterno...prima poi anche i deboli sentiranno la necessità di vivere la vita.
I giovani che non accettano i lavori devono riflettere attentamente: forse lo possono fare perché ci sono a casa quei vecchi che hanno rubato il loro futuro e che con quel "furto" riescono a mantenerli a casa con qualcosa in tasca, pure il cellulare e il computer, oltre alle sedute al bar o in discoteca e naturalmente all'università fuori sede. 
Non aspettate che gli altri vi diano ciò che è un vostro diritto, prendetevelo! Gestite la vostra vita e non accettate che lo facciano terze persone; soprattutto, basta credere alle frottole di chi, preposto  a governare pensa solo ai propri interessi e a quelli dei pochi che contano e si giustifica mettendo gli uni contro gli altri in una sorta di guerra tra i poveri. Com'è possibile pensare che i genitori abbiano rubato il futuro dei giovani quando  il 50% della ricchezza di un paese è in mano a un 6% di ricchi? Quando ricchezze smisurate sono portate in paradisi fiscali o centinaia di milioni di euro evasi al fisco?Si potrà anche rinunciare a lavorare, ma è assolutamente vietato rinunciare a pensare.



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