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L'avventura a ritroso di un sindacalista comunista in Brianza
Articolo inviato da Fiorenzo Maghini il 31.12. 2014


Nei numeri di settembre 1992 e settembre 1993 su NUOVA UNITA' un certo Giorgio Bergonzoni pubblicava 3 articoli:
Le pretese post-moderne del capitalismo brianzolo. Un caso 
  lombardo
- Tanto tuonò che piovve
- Sindacato unico - Sindacato di classe

Giorgio Bergonzoni è lo pseudonimo del sottoscritto (mi scuso, seppur tardivamente, con l'eventuale possessore del nome) per celare la mia vera identità alle due realtà nelle quali allora operavo:
- Molteni S.p.a di Giussano (Monza)
- La Cisl di Como
Dunque mi presento: sono Fiorenzo Maghini e oggi, a 60 anni e con quasi 40 di lavoro ( e di lotte sindacali), grazie a lady Fornero come tanti altri lavoratori non posso andare in pensione.
Nel maggio del 1992 fui chiamato alla Cisl di Como in qualità di distaccato a tempo pieno (ex L.300/70 Statuto dei Lavoratori). Da allora e per 15 anni, fino al ritorno in fabbrica nel maggio del 2007, sono stato completamente immerso nell'attività e nel lavoro sindacale. Per dirla alla Giacomo Leopardi, sono stati 15 anni di lavoro "matto e disperatissimo", ma appassionante e totalizzante, con la Stella Polare dell'interesse e della difesa dei lavoratori che mi ha guidato, trascurando invece le logiche burocratiche, di bottega o verticistiche...da Comunista!
Si dirà e me lo sono chiesto anch'io: cosa ci faceva un Comunista in una organizzazione sindacale filopadronale e filogovernativa come la Cisl (Cgil e Uil non sono da meno)? La risposta è contenuta nel capoverso precedente: nell'impegno quotidiano dell'interesse della classe operaia.
Non mi sono mai fatto coinvolgere in beghe, in personalismi, in lotte intestine o per una poltrona. Le logiche all'interno degli apparati sindacali sono spietate, chi non si adegua viene eliminato o marginalizzato. E' successo così che dopo otto anni di lavoro in categoria  nella FILCA-CISL (edili-legno), all'ennesimo dissidio con i vertici regionali e nazionali sono stato "dimissionato" dalla Segreteria Provinciale e "dirottato" all'Ufficio Vertenze alla fine del 1999. Con un latro "dissidente" gli stessi vertici sono stati più sbrigativi: hanno chiuso il distacco sindacale e lo hanno rispedito in fabbrica. Questi sono i metodi, per non parlare poi dello sfruttamento al quale sono sottoposti i lavoratori dipendenti delle varie strutture sindacali (Caf - Uffici Vertenze - Patronati - ecc), veri avamposti del sindacato. Chi all'interno contesta questo stato di cose viene emarginato, come del resto avviene nelle aziende private.
Durante o a fine carriera il "sindacalista perfetto" va a rimpolpare qualche struttura di partito o diventa Sottosegretario o va a dirigere qualche "Cimitero degli elefanti" (Enti, Fondi previdenziali  e altro) come premio fedeltà. Un sindacato così burocratizzato poteva solo rimanere immobile di fronte alla barbarie del Governo Monti-Fornero che ha prodotto solo devastazione sociale e povertà. Alla faccia dell'autonomia del sindacato dalla politica!
Ma torniamo a noi.
Con rinnovato impegno e spirito di abnegazione mi immergo nel nuovo e ancor più appassionante lavoro di "vertenziere" per altri sette anni. In un Ufficio Vertenze la mole di lavoro è enorme perché ci sono da gestire tutte le "disperazioni" del territorio (fallimenti, licenziamenti, mobbing, lavoratori senza permesso di soggiorno non pagati, campanari, perpetue o commesse di sexy shop in nero), tutti lavoratori da tutelare senza nessuna distinzione. Ebbene, in 15 anni nel mio ufficio mai nessuno di quei tali che dissertano di "umanizzare il capitalismo" si è fatto vedere e se ne sono guardati bene anche quasi tutti i Dirigenti Sindacali.
Eppure, nonostante l'enorme mole di lavoro, la struttura che vi opera è sempre in "forza minima" e sottopagata (con il lavoro straordinario non pagato), perché la "Nomenklatura" considera l'Ufficio Vertenze una sorta di ramo secco in quanto non rende economicamente, non fa come si suol dire "Business", cosicché il lavoro va vanti comunque al meglio grazie alla volontà e al massimo impegno di chi vi opera, fino a esaurimento.
All'interno del sindacato tuttavia vi sono categorie con molte risorse economiche, sia capitali che patrimoniali, come la Cisl e la FNP-Pensionati, che possiedono considerevoli proprietà immobiliari su tutto il territorio nazionale, ma la "solidarietà" tra categorie è impensabile così le "categorie povere" rimangono tale e continuano a operare sempre con l'acqua alla gola e in condizioni estreme.
Dopo circa sette anni di lavoro "a esaurimento" e dopo gli ultimi "scazzi" con i dirigenti, decido, a 53 anni, di chiudere il distacco e tornare in fabbrica. E qui viene il bello o il giusto coronamento del percorso umano e politico del sottoscritto.
Trovo una realtà sindacalmente devastata dove qualche anno prima è stata inventata una ristrutturazione aziendale che ha portato all'espulsione di 12 lavoratori, attraverso una procedura di mobilità fasulla con la complicità di FILLEA - FILCA - FENEAL (sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil). La crisi aziendale non è mai esistita in quanto la società è una se non la più solida del settore e non c'era bisogno di nessuna ristrutturazione, tant'è che i lavoratori licenziati sono stati sostituiti da altri lavoratori assunti con contratti più "moderni" (interinale - a termine - ecc), quindi più ricattabili.
In questa realtà, pertanto, i lavoratori iscritti al sindacato Fillea - Filca - Feneal, che retine anche il monopolio RSU, sono una minima parte. In questo contesto anche il sottoscritto per sette anni è rimasto sostanzialmente un non iscritto. Solo ultimamente ho aderito, unico in una realtà di circa 300 dipendenti, alla Confederazione Unitaria di Base (Cub).
In questi ultimi sette anni di fabbrica, pur senza un impegno diretto nella RSU, i lavoratori mi hanno conosciuto e riconosciuto per l'impegno a favore dei più deboli ed esposti alle offese, alle minacce e al mobbing, subendolo a mia volta come conseguenza e ritorsione.
L'apoteosi è stato un ridicolo licenziamento disciplinare intimatomi il 9 luglio u.s., che ho già impugnato, ma questa è un'altra storia, che riprenderò quando si sarà concluso l'iter giudiziario. Posso solo dire che licenziamenti così se ne fanno solo in Brianza o dove manca un controllo operaio e il "Verbo" e la prepotenza del "Padrone" dilagano. Eppure la Brianza è geograficamente contigua a Sesto San Giovanni, la "Stalingrado d'Italia", l'eroica roccaforte operaia che tanto ha dato durante e dopo la seconda guerra mondiale. Purtroppo non ne ha recepito neanche lontanamente i bagliori, attraversando la storia nella sua campana di vetro. Ora anche qui il capitalismo ha prodotto macerie; forse potrebbe anche risvegliarsi dal torpore, ma rimane in attesa dell'arrivo "messianico" di EXPO 2015, illudendosi di rivivere una nuova stagione aurea di "danèe e laurà" (soldi e lavoro).

Nonostante il percorso a ritroso che mi ha (e ci ha) portato complessivamente più indietro rispetto a quando siamo partiti, e illustrato in questa estrema sintesi, la considerazione finale che se ne può trarre è che non ci si trova poi così male a stare 40 anni...dalla stessa parte!
E la lotta continua!

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